A scuola da Mario Lodi ci sono andata da grande perché, da piccola, lui faceva il maestro molto lontano da Roma.
A me, infatti, toccò una maestra molto energica, molto severa, molto selettiva, molto esigente e non quel maestro Mario che, come racconta nei suoi libri, s’affacciava alla finestra insieme ai suoi bambini, per guardare i gatti, il cortile, il mondo intorno e che quel mondo, poi, glielo faceva portare in classe, ai bambini, e ne parlavano.
Io, a scuola, parlavo solo se interrogata; di guardar fuori dalla finestra non se ne parlava e per fare la pipì dovevo aspettare l’ora giusta (scelta dalla maestra) e andare in bagno marciando come un soldato.
C’era da immaginare che, crescendo, non mi sarebbe mai venuto in mente di tornare a scuola da insegnante. Difatti, fantasticavo di fare l’esploratrice, la giornalista, la giornalaia…Tutto ma tornare a scuola e passarci un sacco di tempo…Fossi matta! E matta non ero.
Negli anni, modificai le ambizioni, abbandonai l’idea di fare l’esploratrice e mi dedicai a pensarmi come ambasciatrice. Bel lavoro: si viaggia, si alloggia in grandi ville, si fanno feste. Insomma, la diplomazia, per me, era una bella festa. Ed ero decisa ad andare avanti su quella strada lastricata di viaggi all’estero e ricevimenti. Poi, inciampai in un libro, anzi in parecchi, scritti da gente insolita: don Lorenzo Milani, Paulo Freire, Mario Lodi.
C’è da dire che, tra il sogno di un’esplorazione e quello di una piuma sul cappello da ambasciatore, c’era stata la televisione e Alberto Manzi. Maestro pure lui. Così diverso dalla maestra che avevo io! Così affascinante, con la sua lavagna di fogli bianchi, i carboncini e le dita sporche di polvere nera. Ed era successo che, crescendo, m’ero appassionata…alla scuola. Meglio: all’idea che io, proprio io (e con me altri ragazzi) avremmo cambiato – in meglio, s’intende – il mondo. C’erano anche le canzoni che lo dicevano.
A Roma, insieme a un gruppo di amici ce ne andavamo in certe zone povere della città, a leggere, a far scrivere. Facevamo una scuola piena di difetti ma ci pareva – e non sbagliavamo – che il sapere, i libri, le discussioni fossero la bellezza della conoscenza, stabilissero un patto virtuoso per il futuro. Facevamo “scuola fuori di scuola” perché ci sembrava che la scuola istituzionale fosse senza speranza, impermeabile a qualunque cambiamento.
Non sapevamo che dalle parti di Piadena c’era il maestro Mario Lodi che, nei fatti, dimostrava che la scuola – quella bruttarella che ci aveva fatto patire parecchio – si poteva cambiare.
Io lo seppi grazie a un libro – Il paese sbagliato – che trovai per caso e lessi per passione. Come era accaduto con i libri di Don Milani e Freire, trovai, su quelle pagine, non solo il “perché” che dava senso al cambiamento ma, soprattutto, il modo, di essere e di insegnare, la bellezza della scoperta, la luminosità che poteva svegliarsi e prosperare in un rapporto educativo. Con semplicità.
A scuola da Mario Lodi ci sono andata da grande. E ancora ci vado.