Era sceso giù dal pianeta Hork, c’è da crederci. Tutto, in lui, diceva che era veramente un alieno, una galattica benedizione, un amico insperato: mobile come il mercurio, costante come le maree.
E poi era salito su un banco, anni fa, recitando Whitman e inneggiando alla gentile rivoluzione che è, da sempre, la sola che valga la pena di fare: prendere la propria vita fra le mani e farne un irripetibile canto.
Era stato bambino in "Jack" e poi romantico e sperduto clochard ne “La leggenda del Re pescatore”.E in “Risvegli”, poi, ha segnato con ostinazione e gentilezza la passione del dott. Sacks per i labirinti della mente e l’ottimismo della scienza.
Aveva una faccia sola, Robin Williams. Stava dentro alle tante facce, alle smorfie, alle pieghe e alle rughe dei personaggi che interpretava.
Aveva una voce sola, dentro le tante voci , compresa quella esile e decisa di Mrs. Doubtfire e quella ruvida di Walter Finch, assassino in “Insomnia”. Aveva la voce dei clown, Robin W : destinati a far ridere e a emozionare, a prendere la forma che il pubblico chiede, a fare smorfie e sorrisi, a non raccontare di sé se non quello che gli altri si aspettano.
E nelle attese di chi lo guardava, certo non c’era la previsione della fragilità. Non ci poteva essere in Mork né in John Keating né in Patch Adams. E se ne “La leggenda del Re Pescatore” , Robin W. era in balia di se stesso e dell’amore perduto, pure c’era in lui una speranza, una luce di notte che rischiarava le previsioni più cupe.
Di Robin W ho amato tutto, soprattutto il non-detto, la piega silenziosa e scura, la vulnerabilità che si svelava in ogni suo personaggio. Mai eroico, mai assoluto, mai vincente. Imperfetto. Meraviglioso. Umano.
E poi era salito su un banco, anni fa, recitando Whitman e inneggiando alla gentile rivoluzione che è, da sempre, la sola che valga la pena di fare: prendere la propria vita fra le mani e farne un irripetibile canto.
Era stato bambino in "Jack" e poi romantico e sperduto clochard ne “La leggenda del Re pescatore”.E in “Risvegli”, poi, ha segnato con ostinazione e gentilezza la passione del dott. Sacks per i labirinti della mente e l’ottimismo della scienza.
Aveva una faccia sola, Robin Williams. Stava dentro alle tante facce, alle smorfie, alle pieghe e alle rughe dei personaggi che interpretava.
Aveva una voce sola, dentro le tante voci , compresa quella esile e decisa di Mrs. Doubtfire e quella ruvida di Walter Finch, assassino in “Insomnia”. Aveva la voce dei clown, Robin W : destinati a far ridere e a emozionare, a prendere la forma che il pubblico chiede, a fare smorfie e sorrisi, a non raccontare di sé se non quello che gli altri si aspettano.
E nelle attese di chi lo guardava, certo non c’era la previsione della fragilità. Non ci poteva essere in Mork né in John Keating né in Patch Adams. E se ne “La leggenda del Re Pescatore” , Robin W. era in balia di se stesso e dell’amore perduto, pure c’era in lui una speranza, una luce di notte che rischiarava le previsioni più cupe.
Di Robin W ho amato tutto, soprattutto il non-detto, la piega silenziosa e scura, la vulnerabilità che si svelava in ogni suo personaggio. Mai eroico, mai assoluto, mai vincente. Imperfetto. Meraviglioso. Umano.
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