Ieri mattina, a Più Libri Più Liberi, ho incontrato due classi di ragazzi-lettori. Il libro che nell'ultimo mese, due classi di II media hanno letto è il mio romanzo
, edito da Il Castoro.
Accanto a me, per il dialogo e il confronto con i ragazzi, c'era Lorenzo Cantatore, dell'Università Roma Tre.
Questo giovane e appassionato professore aveva una storia da raccontare. E' questa che riporto, qui di seguito
Roma, 7 dicembre 2012
So che tanti di voi già conoscono la storia del Grande Albero di Case Basse di Luisa Mattia.
Io sono qui per raccontarvi una storia simile, che è un po’ una storia vera e un po’ una favola. Anzi: per tanti anni della mia vita è stata solo una favola. La più bella. Mio padre me la raccontava la sera, prima della buonanotte.
Diceva così, più o meno.
In un quartiere romano, c’era una volta, tanti e tanti anni fa, un grande albero e c’era una banda di bambini con i pantaloni corti, fra gli otto e i dodici anni, che ogni giorno, proprio ogni giorno, col sole, col vento, con la pioggia, col caldo e col freddo, saliva su quel grande albero che aveva la chioma fitta fitta e scura scura, come una foresta. Ed era così per tutto l’anno, non ingiallivano mai le sue foglie.
E perché salivano fin lassù quei ragazzini? Qualcuno perché aveva fatto sega a scuola; altri per organizzare la prossima sassaiola contro la banda rivale, oltre Tevere, a Ponte Milvio; i più bellicosi trasformavano i rami in trincee per battaglie di fionde e cerbottane; certi si arrampicavano lassù per scappare dal battipanni della mamma che voleva facessero i compiti; i più grandicelli vi andavano a meditare sul primo amore: pare che ogni tanto ci scappasse pure qualche bacetto. Una bambina (anche se ce ne erano poche di femmine disposte a scalare il grande albero) un giorno vi salì in lacrime perché aveva appena saputo che il suo adorato nonno se ne era andato per sempre.
Spesso capitava che qualche maschio, colto da un impellente bisogno di liberarsi, facesse la pipì proprio da lassù. Non vi dico le grida dei poveri passanti!
Più di una volta quei ragazzini erano perfino riusciti a mettere in fuga guardie imperiose (ce ne erano tante di guardie imperiose in quei tempi) a cui non piaceva che i bambini vivessero sugli alberi e li preferivano ubbidienti e ordinati.
Ma la cosa più bella avvenne il giorno in cui quell’albero fu battezzato. Era un primo pomeriggio d’estate, caldo e silenzioso, il quartiere appennecato e le cicale assordanti. Nessuno schiamazzo nei vasti cortili dei caseggiati popolari. A un certo punto, una voce isolata risuonò proprio dai rami del grande albero, per tutta la via, fino alle due piazze lì vicino: «Anvedi, anvedi! Da quassù se vede tutta Roma, ma proprio tutta Roma! Tutta Roma!». Tutta Roma!
Bene. Quell’albero ancora esiste e si chiama così, TUTTA ROMA!, anche con il punto esclamativo. Sul suo tronco ci hanno pure inchiodato una bella targa d’oro, con questo nome inciso sopra. TUTTA ROMA! E il ragazzino magro magro e moro moro, che battezzò quello che per tante altre generazioni di bambini del quartiere sarebbe stato il rifugio dei momenti più importanti e segreti della vita, era proprio il mio papà che, per farmi addormentare, mi raccontava la storia favolosa «di quand’era piccolo».
Oggi sono qui per testimoniare come anche nel bellissimo libro di Luisa Mattia ci sia un bel po’ di Tutta Roma! E, soprattutto, come qui dentro ci siano scritte tante cose vere sugli alberi, sui bambini, sui grandi e su come si dovrebbe crescere, ciascuno sul suo albero inespugnabile.
Lorenzo Cantatore