Nel 2004 è uscito, per le www.edizionieo.it Merlino, il destino di un giovane mago. Le leggende della Tavola Rotonda parlano molto del Mago Merlino quando è già un uomo d'età e di grande potere.
Scarse sono le notizie sulla sua nascita e nulla si sa della sua infanzia e adolescenza. Io ho provato a immaginare la vita di un bambino "magico" alle soglie del medioevo. Siamo nel 450 d.C. Nel castello di Demezia un bambino sta per nascere...
Anno 450 d.C.
C’era stato un grido, intenso, prolungato, che aveva fatto raggelare il sangue ai soldati di guardia sui bastioni. E aveva svegliato i servi addormentati accanto al focolare e reso più convulso l’andirivieni delle ancelle dalla stanza della principessa.
Gwyneth,la figlia quindicenne di Re Deer dei Demezi, nera di capelli e dall’aspetto fiero, giaceva nel suo letto e piangeva di dolore. Le levatrici di corte si davano da fare attorno a lei, cercando di accelerare il parto del piccolo principe.
«Gwyneth avrà un figlio dal diavolo!» mormorava la gente. Si scambiavano occhiate, facevano racconti maliziosi all’osteria.
La principessa che sapeva leggere e scrivere e teneva testa agli uomini nelle schermaglie con la spada e li vinceva nelle gare di corsa a cavallo, avrebbe avuto un figlio ma... era senza marito! Dov’era il padre del bambino? Era forse un principe? E perché non era lì, allora, per accogliere la venuta al mondo del suo erede? Oppure il padre del bambino era un plebeo, un mugnaio, magari? Un contadino? Un nomade carbonaio? Un saraceno miscredente? E perché lei non aveva mai voluto confessare al Re suo padre, chi fosse l’uomo che aveva amato e da cui avrebbe avuto un figlio?
Il principe Gals, suo fratello, l’aveva insultata, picchiata, minacciata di morte ma lei, ostinata, non aveva mai voluto confessare.
«È un uomo che amo» rispondeva lei. « Solo questo importa!».
Non poteva bastare. Non poteva essere solo quello a dare soddisfazione alla rabbia del Re, alla vergogna che si dipingeva sul viso del fratello, ai chiari segni di disapprovazione che leggeva sui volti delle ancelle al suo servizio.
«Madre, madre» chiedeva allora lei, alla sua vecchia balia che assisteva silenziosa ai colloqui e agli interrogatori. «Non è forse vero ciò che dicono i poeti, che le notti di luna, l’aria dolce dell’estate, le voci e i canti fanno bello ogni uomo e l’amore che porta?».
«Lo dicono i poeti» rispondeva la balia. «Lo dicono, figlia mia. Ma la vita è un’altra cosa».
E di nuovo incombeva il volto severo del re, che domandava, interrogava saggi e sacerdoti, per capire in quale periodo dell’anno sua figlia fosse stata così folle. Per sapere, alla fine, se fosse stato un cavaliere errante, un avventuriero di passaggio a prendersi l’amore della figlia del Re senza chiedere permesso.
Che figlio poteva nascere da un uomo così, se non un neonato da scacciare? Se fosse nata femmina sarebbe stata mandata immediatamente al convento di Deva.
«Nascerà un maschio» aveva profetizzato il saggio di corte, inquietante e ombroso come sempre.
«E se maschio sarà» aveva commentato il Re, «verrà allontanato dalla corte, affidato alle balie di Morcade e della sua nascita non dovrà restare traccia nemmeno negli archivi del castello».
«Il sacerdote non dovrà registrarlo sui libri della nostra chiesa?» aveva domandato timoroso il segretario di corte.
«No. Questo bambino non sarà mai nato» aveva concluso perentorio il Re.
Pensava alla sciagura che la nascita di un figlio senza padre avrebbe portato sul suo castello e sulla sua casata.
Aveva deciso di allontanare sua figlia dalla corte, per affidarla alle cure di qualche cerusico o medico che le guarisse l’anima e la mente!
«La vita è un’altra cosa» pensava intanto Gwyneth, mentre i dolori del parto diventavano più intensi. Il bambino che portava in grembo dava colpi, calci, sembrava voler esplodere dentro di lei, eppure non usciva, non voleva vedere la luce del giorno.
Forse preferisce la notte, pensò Gwyneth. Forse ama la luna, come suo padre. Come me. Ecco perché non nasce. «Nascerà di notte, con la luna piena, perché suo padre, dovunque sia, sappia che suo figlio ha visto la luce degli astri contro il cielo e conosciuto l’odore dolce del buio.
Si lasciò andare ai ricordi.
Immediato le venne alla memoria il giorno d’estate, in cui passeggiava nel bosco. Le damigelle erano rimaste indietro a raccogliere more e lei avanzava sola, verso le nebbie basse della laguna, alla ricerca di felce e lavanda. Ricordava il bel volto sorridente di un cavaliere, rosso di capelli e dalla fronte spaziosa, che si era offerto di accompagnarla dovunque lei volesse.
Lo aveva visto apparire all’improvviso, lungo il sentiero, proprio mentre lei cercava di strappar via un rovo che le tratteneva le vesti e poi tentava la scalata di un vecchio albero. Le piaceva arrampicarsi sugli alberi, raggiungerne i rami più alti e spenzolarsi testa all’ingiù, come un pipistrello. Come un ragazzo.
Lui era sceso da cavallo e si era messo a scalare l’albero con la velocità di uno scoiattolo. L’aveva raggiunta sulla sommità e, anche lui, s’era spenzolato.
«Bel gioco, vero?» aveva commentato. «L‘ ho visto fare alle scimmie delle terre d’Africa» aveva aggiunto.
Avrebbe dovuto fuggire, chiamare le ancelle, non appena lui si era avvicinato, lo sapeva. Era questo che per anni le avevano insegnato: una ragazza, soprattutto una principessa, doveva essere cauta, diffidente, non allontanarsi mai dal gruppo di damigelle che l’accompagnavano e, soprattutto, non concedere spazio alcuno agli sconosciuti.
Ma quel ragazzo non le faceva paura. Era bello, aveva braccia forti e un bel viso aperto.
«Sono stato in Africa. Lì e in tanto altro mondo ancora. Ho visto tutte le terre emerse e i mari che coprono gli abissi. Mi manca il cielo, ma non dispero. Volete andare sulla luna, damigella? Io vi ci porterò!».
«Ma che dite, cavaliere? Chi siete mai, voi?».
«Il cavaliere della luna!» aveva risposto lui ridendo e, sceso rapidamente dall’albero, aveva fatto un fischio sibilante e prolungato. Un nitrito gli aveva risposto e lei aveva visto avvicinarsi uno splendido cavallo nero e lucente. Il «cavaliere della Luna» le aveva offerto il braccio, perché vi si appoggiasse e montasse in sella.
Si erano allontanati dal bosco, dalla laguna. Il cavallo si era inoltrato nella foresta e poi, fermatosi nel mezzo di una radura, si era messo a brucare. Poco lontano, un capanno di legno, forse un riparo per i nomadi carbonai, era ben visibile. Il giovane cavaliere l’aveva portata fin lì e aveva sospinto appena l‘ uscio di legno. Dentro, una fresca penombra sembrava volerli accogliere.
Lo aveva amato.
«Hai dato retta al diavolo, figlia!» l’aveva rimproverata la balia.
Il diavolo aveva occhi di fuoco e corna di bufalo, zampe di capra e dorso di bisonte. Era nero, il diavolo, e rosso fuoco la sua anima. Il suo cavaliere, invece, era bello e gentile...
«È apparso e scomparso come le anime in pena dei morti!» commentava la gente del castello. «È così che si presenta il diavolo, con il bel volto di un giovane dagli occhi appassionati e i capelli arrossati come la brace. Ma dentro, dentro c‘ha il fuoco dell’inferno!».
«Ecco. Ecco. Ora!».
La voce della levatrice era affannata. Il bambino di Gwyneth stava per nascere.
Intanto, nelle stalle, il veterinario di corte seguiva trepidante il parto della giumenta Noah. La nascita del puledro teneva in ansia l’intera scuderia. Mancava poco, ormai. Un ultimo sforzo e un nuovo puledro avrebbe arricchito le stalle reali.
Un ultimo sforzo anche per Gwyneth e i primi vagiti del piccolo fecero placare l’ansia che sembrava imprigionare l’intero castello. Era nato, finalmente.
pensò la levatrice avvolgendolo in una coperta.
Il volto del neonato era largo e la bocca si piegava in una smorfia, una specie di sorriso che sembrava irridere tutto quel frenetico andirivieni intorno a lui e a sua madre. E gli occhi, gli occhi poi, erano di un celeste ghiacciato, brillante come una stella nella notte che lo vedeva nascere. E grandi. E attenti, come mai gli era stato dato di vedere in un neonato.
La levatrice coprì quello sguardo da adulto con il palmo della mano. Fece un cenno a uno dei servi, affinché prendesse in consegna il bambino.
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Scarse sono le notizie sulla sua nascita e nulla si sa della sua infanzia e adolescenza. Io ho provato a immaginare la vita di un bambino "magico" alle soglie del medioevo. Siamo nel 450 d.C. Nel castello di Demezia un bambino sta per nascere...
Anno 450 d.C.
C’era stato un grido, intenso, prolungato, che aveva fatto raggelare il sangue ai soldati di guardia sui bastioni. E aveva svegliato i servi addormentati accanto al focolare e reso più convulso l’andirivieni delle ancelle dalla stanza della principessa.
Gwyneth,la figlia quindicenne di Re Deer dei Demezi, nera di capelli e dall’aspetto fiero, giaceva nel suo letto e piangeva di dolore. Le levatrici di corte si davano da fare attorno a lei, cercando di accelerare il parto del piccolo principe.
«Gwyneth avrà un figlio dal diavolo!» mormorava la gente. Si scambiavano occhiate, facevano racconti maliziosi all’osteria.
La principessa che sapeva leggere e scrivere e teneva testa agli uomini nelle schermaglie con la spada e li vinceva nelle gare di corsa a cavallo, avrebbe avuto un figlio ma... era senza marito! Dov’era il padre del bambino? Era forse un principe? E perché non era lì, allora, per accogliere la venuta al mondo del suo erede? Oppure il padre del bambino era un plebeo, un mugnaio, magari? Un contadino? Un nomade carbonaio? Un saraceno miscredente? E perché lei non aveva mai voluto confessare al Re suo padre, chi fosse l’uomo che aveva amato e da cui avrebbe avuto un figlio?
Il principe Gals, suo fratello, l’aveva insultata, picchiata, minacciata di morte ma lei, ostinata, non aveva mai voluto confessare.
«È un uomo che amo» rispondeva lei. « Solo questo importa!».
Non poteva bastare. Non poteva essere solo quello a dare soddisfazione alla rabbia del Re, alla vergogna che si dipingeva sul viso del fratello, ai chiari segni di disapprovazione che leggeva sui volti delle ancelle al suo servizio.
«Madre, madre» chiedeva allora lei, alla sua vecchia balia che assisteva silenziosa ai colloqui e agli interrogatori. «Non è forse vero ciò che dicono i poeti, che le notti di luna, l’aria dolce dell’estate, le voci e i canti fanno bello ogni uomo e l’amore che porta?».
«Lo dicono i poeti» rispondeva la balia. «Lo dicono, figlia mia. Ma la vita è un’altra cosa».
E di nuovo incombeva il volto severo del re, che domandava, interrogava saggi e sacerdoti, per capire in quale periodo dell’anno sua figlia fosse stata così folle. Per sapere, alla fine, se fosse stato un cavaliere errante, un avventuriero di passaggio a prendersi l’amore della figlia del Re senza chiedere permesso.
Che figlio poteva nascere da un uomo così, se non un neonato da scacciare? Se fosse nata femmina sarebbe stata mandata immediatamente al convento di Deva.
«Nascerà un maschio» aveva profetizzato il saggio di corte, inquietante e ombroso come sempre.
«E se maschio sarà» aveva commentato il Re, «verrà allontanato dalla corte, affidato alle balie di Morcade e della sua nascita non dovrà restare traccia nemmeno negli archivi del castello».
«Il sacerdote non dovrà registrarlo sui libri della nostra chiesa?» aveva domandato timoroso il segretario di corte.
«No. Questo bambino non sarà mai nato» aveva concluso perentorio il Re.
Pensava alla sciagura che la nascita di un figlio senza padre avrebbe portato sul suo castello e sulla sua casata.
Aveva deciso di allontanare sua figlia dalla corte, per affidarla alle cure di qualche cerusico o medico che le guarisse l’anima e la mente!
«La vita è un’altra cosa» pensava intanto Gwyneth, mentre i dolori del parto diventavano più intensi. Il bambino che portava in grembo dava colpi, calci, sembrava voler esplodere dentro di lei, eppure non usciva, non voleva vedere la luce del giorno.
Forse preferisce la notte, pensò Gwyneth. Forse ama la luna, come suo padre. Come me. Ecco perché non nasce. «Nascerà di notte, con la luna piena, perché suo padre, dovunque sia, sappia che suo figlio ha visto la luce degli astri contro il cielo e conosciuto l’odore dolce del buio.
Si lasciò andare ai ricordi.
Immediato le venne alla memoria il giorno d’estate, in cui passeggiava nel bosco. Le damigelle erano rimaste indietro a raccogliere more e lei avanzava sola, verso le nebbie basse della laguna, alla ricerca di felce e lavanda. Ricordava il bel volto sorridente di un cavaliere, rosso di capelli e dalla fronte spaziosa, che si era offerto di accompagnarla dovunque lei volesse.
Lo aveva visto apparire all’improvviso, lungo il sentiero, proprio mentre lei cercava di strappar via un rovo che le tratteneva le vesti e poi tentava la scalata di un vecchio albero. Le piaceva arrampicarsi sugli alberi, raggiungerne i rami più alti e spenzolarsi testa all’ingiù, come un pipistrello. Come un ragazzo.
Lui era sceso da cavallo e si era messo a scalare l’albero con la velocità di uno scoiattolo. L’aveva raggiunta sulla sommità e, anche lui, s’era spenzolato.
«Bel gioco, vero?» aveva commentato. «L‘ ho visto fare alle scimmie delle terre d’Africa» aveva aggiunto.
Avrebbe dovuto fuggire, chiamare le ancelle, non appena lui si era avvicinato, lo sapeva. Era questo che per anni le avevano insegnato: una ragazza, soprattutto una principessa, doveva essere cauta, diffidente, non allontanarsi mai dal gruppo di damigelle che l’accompagnavano e, soprattutto, non concedere spazio alcuno agli sconosciuti.
Ma quel ragazzo non le faceva paura. Era bello, aveva braccia forti e un bel viso aperto.
«Sono stato in Africa. Lì e in tanto altro mondo ancora. Ho visto tutte le terre emerse e i mari che coprono gli abissi. Mi manca il cielo, ma non dispero. Volete andare sulla luna, damigella? Io vi ci porterò!».
«Ma che dite, cavaliere? Chi siete mai, voi?».
«Il cavaliere della luna!» aveva risposto lui ridendo e, sceso rapidamente dall’albero, aveva fatto un fischio sibilante e prolungato. Un nitrito gli aveva risposto e lei aveva visto avvicinarsi uno splendido cavallo nero e lucente. Il «cavaliere della Luna» le aveva offerto il braccio, perché vi si appoggiasse e montasse in sella.
Si erano allontanati dal bosco, dalla laguna. Il cavallo si era inoltrato nella foresta e poi, fermatosi nel mezzo di una radura, si era messo a brucare. Poco lontano, un capanno di legno, forse un riparo per i nomadi carbonai, era ben visibile. Il giovane cavaliere l’aveva portata fin lì e aveva sospinto appena l‘ uscio di legno. Dentro, una fresca penombra sembrava volerli accogliere.
Lo aveva amato.
«Hai dato retta al diavolo, figlia!» l’aveva rimproverata la balia.
Il diavolo aveva occhi di fuoco e corna di bufalo, zampe di capra e dorso di bisonte. Era nero, il diavolo, e rosso fuoco la sua anima. Il suo cavaliere, invece, era bello e gentile...
«È apparso e scomparso come le anime in pena dei morti!» commentava la gente del castello. «È così che si presenta il diavolo, con il bel volto di un giovane dagli occhi appassionati e i capelli arrossati come la brace. Ma dentro, dentro c‘ha il fuoco dell’inferno!».
«Ecco. Ecco. Ora!».
La voce della levatrice era affannata. Il bambino di Gwyneth stava per nascere.
Intanto, nelle stalle, il veterinario di corte seguiva trepidante il parto della giumenta Noah. La nascita del puledro teneva in ansia l’intera scuderia. Mancava poco, ormai. Un ultimo sforzo e un nuovo puledro avrebbe arricchito le stalle reali.
Un ultimo sforzo anche per Gwyneth e i primi vagiti del piccolo fecero placare l’ansia che sembrava imprigionare l’intero castello. Era nato, finalmente.
Il volto del neonato era largo e la bocca si piegava in una smorfia, una specie di sorriso che sembrava irridere tutto quel frenetico andirivieni intorno a lui e a sua madre. E gli occhi, gli occhi poi, erano di un celeste ghiacciato, brillante come una stella nella notte che lo vedeva nascere. E grandi. E attenti, come mai gli era stato dato di vedere in un neonato.
La levatrice coprì quello sguardo da adulto con il palmo della mano. Fece un cenno a uno dei servi, affinché prendesse in consegna il bambino.
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