Il settimanale IL SALVAGENTE http://www.ilsalvagente.it mi ha chiesto di raccontare l'incontro tra me, il mio libro "La scelta" e i ragazzi ed educatori di Nisida. Quello che segue è uno stralcio dell'articolo pubblicato sul n.22 / 06 del giornale.
Questa è una storia fatta di coincidenze e paradossi. Racconta di un libro per ragazzi e di ragazzi che non leggono libri. Di ragazzi che imparano da un sistema criminale quel che c’è da sapere per sopravvivere prima e vivere dopo. Per storie e libri non c’è spazio. Spesso ma non sempre.
Può accadere che la capacità di un gruppo di educatori, giornalisti e insegnanti, prenda un libro e lo metta sotto gli occhi dei ragazzi dell’IPM di Nisida. IPM, cioè Istituto Penale Minorile. Lì ci finiscono i ragazzini che non hanno avuto scuola, né famiglia e che, se educazione hanno raccolto, è stata quella della prepotenza, dell’autorità del boss e della pistola.
Punto e a capo. Si ricomincia. Da un carcere, sì. E da un libro: il romanzo “La scelta” (Sinnos Editrice), che ho scritto io e la cui storia , in un giorno di fine gennaio di quest’anno, mi sono trovata a discutere con un gruppo di ragazzi e ragazze del carcere minorile. A Nisida, luogo di libertà.
Spiego il paradosso, a cominciare dal luogo in cui ci siamo incontrati: una biblioteca. Sì, proprio stanze piene di libri e nient’altro. Ambiente alieno alla maggior parte di quei ragazzi eppure così accogliente, affatto lontano. Da me no di certo, ma neppure da loro. Che i libri li prendono sul serio. Sarà perché ne hanno visti pochi nella loro vita e perché, quando è capitato, erano storie lontane, monche, che narravano mondi interiori ed esteriori sconosciuti e stranieri e invece stavolta, a detta loro, c’era stata una storia dentro la quale, almeno un po’, s’erano riconosciuti.
Dunque, eravamo in mezzo ai libri e loro, i ragazzi, avevano “la storia nella testa” e ne volevano parlare. Ecco un’altra libertà : dire quel che si pensa. Sembra niente per chi ne ha sempre avuto l’opportunità, ma per i giovani di Nisida esprimere il proprio pensiero è come trovarsi catapultati in un mondo inesplorato e sorprendentemente privo di barriere.
Così i ragazzi hanno cominciato a parlare: dei personaggi, della storia, provando a chiedere “il perché e il percome” della vicenda. In italiano, cioè in una lingua “straniera”. Lingua stretta. Il napoletano, invece, è la lingua viva, il codice che lega, rende affini e complici. Che accoglie anche me, che napoletana non sono. E in napoletano hanno parlato. Per dire..Per dire che la vita dei miei personaggi somigliava alla vita loro e, però attenzione, mica si può agire come fa il Totò protagonista de “La scelta” che, pur ragazzino com’è, divide la sua vita da quella del fratello. E poi chi lo dice che uno che rapina e spaccia e ruba e…non tiene altra scelta? Sceglie! Anzi, è libero.
“Libero”: è un aggettivo che improvvisamente ha pesato ed è diventato prima un solco e dopo un fiume di pensieri, di esperienze raccontate a mezza bocca o a voce piena, di dibattito. Non c’erano più i personaggi ma loro, tutti interi, a raccontare di sé, a spiegarsi, a riflettere su quel che è buono e quel che non lo è, a chiedere a me altri pensieri, altre opinioni.
Il “perché e percome” di quel che raccontavo nel libro si è trasformato in un corpo vero, ha preso voce e sguardi e pensieri dei ragazzi e li ha messi in un cerchio di comunicazione che non faceva distinzioni tra adulti e adolescenti, tra educatori e non.
E’ diventato quel che un narratore vorrebbe accadesse per ogni sua storia: pensiero, emozione, scambio.
Questa è la storia, dicevo, di un libro per ragazzi e di ragazzi che non leggono libri. Potrebbe anche finire qui, con l’inatteso incontro tra questi “non lettori” e un romanzo. Invece, qui comincia. Dopo due giorni da quel pomeriggio a Nisida, così insolito e indimenticabile, ho ricevuto una telefonata : “Il direttore e i ragazzi cercavano una storia da mettere in scena con il laboratorio teatrale. Niente in contrario se adattano il tuo testo e ne fanno uno spettacolo?”.
Ho detto di sì. Subito. A uno spettacolo teatrale, pensavo. E pensavo modestamente.
Quando, il 19 maggio scorso, è andato in scena “Fino a quel giorno”, spettacolo dei ragazzi di Nisida, tratto da “La scelta” (come recita la locandina), ero seduta tra il pubblico. E ho visto.
Ho visto quel che un libro può diventare quando se ne appropria l’ottimismo degli educatori e l’entusiasmo della giovinezza, anche quella severa dei “mariuoli” che stanno in galera. Ho visto che il paradosso di una storia tra un libro per ragazzi e ragazzi che non leggono libri è una strada aperta e piena di futuro.
Le emozioni nel vederli dare voce e gesti alle mie parole…non riesco a raccontarle, le tengo da conto, per me e per loro. Perdonerete.
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Questa è una storia fatta di coincidenze e paradossi. Racconta di un libro per ragazzi e di ragazzi che non leggono libri. Di ragazzi che imparano da un sistema criminale quel che c’è da sapere per sopravvivere prima e vivere dopo. Per storie e libri non c’è spazio. Spesso ma non sempre.
Può accadere che la capacità di un gruppo di educatori, giornalisti e insegnanti, prenda un libro e lo metta sotto gli occhi dei ragazzi dell’IPM di Nisida. IPM, cioè Istituto Penale Minorile. Lì ci finiscono i ragazzini che non hanno avuto scuola, né famiglia e che, se educazione hanno raccolto, è stata quella della prepotenza, dell’autorità del boss e della pistola.
Punto e a capo. Si ricomincia. Da un carcere, sì. E da un libro: il romanzo “La scelta” (Sinnos Editrice), che ho scritto io e la cui storia , in un giorno di fine gennaio di quest’anno, mi sono trovata a discutere con un gruppo di ragazzi e ragazze del carcere minorile. A Nisida, luogo di libertà.
Spiego il paradosso, a cominciare dal luogo in cui ci siamo incontrati: una biblioteca. Sì, proprio stanze piene di libri e nient’altro. Ambiente alieno alla maggior parte di quei ragazzi eppure così accogliente, affatto lontano. Da me no di certo, ma neppure da loro. Che i libri li prendono sul serio. Sarà perché ne hanno visti pochi nella loro vita e perché, quando è capitato, erano storie lontane, monche, che narravano mondi interiori ed esteriori sconosciuti e stranieri e invece stavolta, a detta loro, c’era stata una storia dentro la quale, almeno un po’, s’erano riconosciuti.
Dunque, eravamo in mezzo ai libri e loro, i ragazzi, avevano “la storia nella testa” e ne volevano parlare. Ecco un’altra libertà : dire quel che si pensa. Sembra niente per chi ne ha sempre avuto l’opportunità, ma per i giovani di Nisida esprimere il proprio pensiero è come trovarsi catapultati in un mondo inesplorato e sorprendentemente privo di barriere.
Così i ragazzi hanno cominciato a parlare: dei personaggi, della storia, provando a chiedere “il perché e il percome” della vicenda. In italiano, cioè in una lingua “straniera”. Lingua stretta. Il napoletano, invece, è la lingua viva, il codice che lega, rende affini e complici. Che accoglie anche me, che napoletana non sono. E in napoletano hanno parlato. Per dire..Per dire che la vita dei miei personaggi somigliava alla vita loro e, però attenzione, mica si può agire come fa il Totò protagonista de “La scelta” che, pur ragazzino com’è, divide la sua vita da quella del fratello. E poi chi lo dice che uno che rapina e spaccia e ruba e…non tiene altra scelta? Sceglie! Anzi, è libero.
“Libero”: è un aggettivo che improvvisamente ha pesato ed è diventato prima un solco e dopo un fiume di pensieri, di esperienze raccontate a mezza bocca o a voce piena, di dibattito. Non c’erano più i personaggi ma loro, tutti interi, a raccontare di sé, a spiegarsi, a riflettere su quel che è buono e quel che non lo è, a chiedere a me altri pensieri, altre opinioni.
Il “perché e percome” di quel che raccontavo nel libro si è trasformato in un corpo vero, ha preso voce e sguardi e pensieri dei ragazzi e li ha messi in un cerchio di comunicazione che non faceva distinzioni tra adulti e adolescenti, tra educatori e non.
E’ diventato quel che un narratore vorrebbe accadesse per ogni sua storia: pensiero, emozione, scambio.
Questa è la storia, dicevo, di un libro per ragazzi e di ragazzi che non leggono libri. Potrebbe anche finire qui, con l’inatteso incontro tra questi “non lettori” e un romanzo. Invece, qui comincia. Dopo due giorni da quel pomeriggio a Nisida, così insolito e indimenticabile, ho ricevuto una telefonata : “Il direttore e i ragazzi cercavano una storia da mettere in scena con il laboratorio teatrale. Niente in contrario se adattano il tuo testo e ne fanno uno spettacolo?”.
Ho detto di sì. Subito. A uno spettacolo teatrale, pensavo. E pensavo modestamente.
Quando, il 19 maggio scorso, è andato in scena “Fino a quel giorno”, spettacolo dei ragazzi di Nisida, tratto da “La scelta” (come recita la locandina), ero seduta tra il pubblico. E ho visto.
Ho visto quel che un libro può diventare quando se ne appropria l’ottimismo degli educatori e l’entusiasmo della giovinezza, anche quella severa dei “mariuoli” che stanno in galera. Ho visto che il paradosso di una storia tra un libro per ragazzi e ragazzi che non leggono libri è una strada aperta e piena di futuro.
Le emozioni nel vederli dare voce e gesti alle mie parole…non riesco a raccontarle, le tengo da conto, per me e per loro. Perdonerete.
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