I misteri di Teo è una Collana di libri gialli che io scrivo insieme alla mia "socia di penna" Janna Carioli. Li pubblica Lapis Edizioni di Roma. Teodora detta Teo è la protagonista indiscussa delle vicende ambientate in un paesino inventato, Altafonte. Con lei l'inseparabile cane Zorro e l'amico-più-amico Nicola. Ad ogni episodiao fa da sfondo un mistero legato alla civiltà etrusca. per sapere qualcosa di più sulla serie di gialli, potete collegarvi a www.gialloragazzi.it. Scriviamo le storie di Teo con passione e divertimento. Ne trovate un "assaggio" qui di seguito.

CHI HA RAPITO NEROWOLF?-
Un cono col rinforzo.
Teo, dodici anni e tredici mollette colorate nei corti capelli biondi, si buttò sulla poltroncina di plastica del bar di Vitaliano mentre Zorro, il suo inseparabile cagnone nero di razza indefinita, si schiaffava sotto i suoi piedi con un Bof di soddisfazione.
Un cono “col rinforzo” era una specialità del bar: in pratica un gigantesco gelato di crema tuffata nel cioccolato fondente. La ragazzina lo aveva scoperto quando era venuta ad Altafonte, in vacanza da zia Costanza. Da allora, non c’era nemmeno bisogno che lo chiedesse: il barista non appena la vedeva arrivare si metteva all’opera. Ma non quel giorno.
Vitaliano, fisico da fantino (in gioventù sosteneva di aver vinto anche qualche corsa di galoppo) era fuori dalla grazia di dio e non degnò Teo di uno sguardo, intento com’era a sbraitare contro il mondo intero.
- Lo so io chi ha fatto sparire il mio merlo…
Il barista afferrò una copia del giornale locale e squadernò il paginone centrale sul banco.
- E’ tutta colpa del diavolo!
Il vigile urbano, che stava finendo di bere il caffè, buttò un occhio distratto sulla notizia e la lesse a bassa voce.
- Il demone dai capelli di fuoco… Il ritrovamento e il restauro dello straordinario affresco della necropoli di Altafonte è accompagnato da leggende e dicerie su malefici e poteri diabolici...
L’uomo scosse la testa.
- Ah, non ci credo a queste superstizioni! E’ una furbizia per attirare un po’ di turisti creduloni.
- E il mio merlo, allora?
- E che se ne fa il diavolo? Il tuo merlo avrà trovato una merla!
- Il mio Nerowolf non ha bisogno di andare a cercare le fidanzate, sono loro che vengono da lui. E dove lo trovano un altro merlo parlante come il mio?
Teo sorrise. In realtà quello che Vitaliano chiamava merlo era una gracula, un bell’uccello parlante dalle piume nere e il becco giallo, al quale il barista aveva insegnato a gracchiare “Viva il Pisa!”, sua squadra del cuore.
- Allora, il mio cono?
Il barista non ci sentiva proprio e continuò la sua filippica.
- Vi ripeto che è tutta colpa del demone dell’affresco! Ci sono cose che portano male, no? E il demone porta sfortuna di sicuro. Con quella testa rossa come la lava di un vulcano… E certi occhi, poi! Come fanno a dire che è bello a vedersi? A me sembra più brutto della fame!
- E va bene, niente gelato – sospirò Teo – Hai visto Nicola, almeno?
Nicola era il suo amico del cuore e compagno di mille avventure, da quando era arrivata in paese. Vitaliano trovò da ridire anche su di lui…
- Buono quello! Sempre a curiosare fra le tombe! E s’incanta a guardare i brutti ceffi dipinti sui muri. Per questa tomba del demonio è impazzito. Sarà che si capiscono: anche lui ha i capelli rossi. L’avessero lasciato seppellito sotto terra, com’era da secoli, sarebbe stato meglio! E Nicola non si dovrebbe immischiare!
Il discorso del barista, a Teo non piacque affatto. Vitaliano sragionava. Che c’entravano i capelli rossi con il demonio e la sfortuna? E, soprattutto, che c’entrava Nicola con la scomparsa del merlo? Ebbe la tentazione di reagire e strappare a Vitaliano quei quattro peli grigi che si ritrovava in testa e poi… e poi…
Il vigile, di nascosto dal barista, le fece un cenno col dito sulla tempia, come a significare che Vitaliano, quel giorno, dava proprio i numeri e che lasciasse perdere. Lo sapevano tutti che Nicola era un appassionato di storia etrusca. Cosa abbastanza comprensibile, visto che a due passi dal paese c’era una delle necropoli più famose d’Europa.
- Comunque, no . Non l’ho visto - chiosò Vitaliano - Ma se tu vedi il mio merlo in giro, riportamelo. Capito?
- E come faccio a capire che è proprio il tuo? Ah già, è vero. Se gracchia “Viva il Pisa” vuol dire che è Nerowolf.
- E se invece urla “viva la Roma” vuol dire che gli hanno fatto il lavaggio del cervello!
Il vigile, lanciata la battuta, sghignazzò senza pietà sul dolore del barista afflitto.
Teo capì che non tirava aria di gelati e decise di andare a cercare Nicola nella ferramenta del padre.
- Vieni, Zorro. Andiamo a cercare quell’M.S.
Nel gergo di sigle che Teo usava spesso, M.S. stava per Maledetto Secchione, l’epiteto che affibbiava all’amico quando questi si imbarcava in una delle sue amate disquisizioni sugli etruschi.
La ferramenta di Achille era un posto davvero speciale. Con gli alti scaffali di legno e i mille cassettini, era meta degli artigiani di tutta la vallata. “Dal chiodo al trattore” era il motto del papà di Nicola, che si faceva un punto d’onore di trovare anche il bullone più raro per i suoi clienti. Sorrise a Teo e a Zorro.
- Nicola è in giro a fare commissioni per sua madre, ma dovrebbe arrivare a momenti.
Senza nemmeno chiederlo, riempì una ciotola d’acqua e la piazzò sotto il naso del cane, che si mise a lappare soddisfatto.
- Prendi un’aranciata dal frigo.
Teo si servì da sola e sedette comodamente su una cassa di legno, gambe a penzoloni, mentre l’uomo riprendeva a sistemare i suoi mille cassettini.
- Le ci metto la rete elettrica, le ci metto!
La voce baritonale di Beppe, il vecchio contadino che aveva il podere poco lontano dal paese, arrivò prima di lui alle orecchie di Teo.
- Achille, mi servono dieci metri di rete elettrica!
- Oh Beppe, ma che ci vuoi fare, un campo di concentramento? Ti pare che io venda reti elettriche? La guerra è finita da un pezzo!
- E’ per la mi’ capra. La Nerina. Stava per figliare. Aveva già una pancia grossa come un cocomero. L’avevo isolata dalle altre e quella tonta è scappata da un buco nella rete.
- Un buco nella rete? Impossibile. Se era la rete che ti ho venduto io un mese fa, non può averci fatto un buco!
Achille difendeva con decisione la sua serietà professionale.
- Lo so che l’era nova la tu’ rete! Ma la mi’ capra c’ha du’ corna come du’ cesoie e l’ha bucata!
A Teo sembrava di essere al cinema. Sorbiva la sua aranciata e si godeva la scena. Beppe era davvero una sagoma.
- E poi - concluse il contadino, senza nessun nesso apparente – a me tutto questo viavai di gente di fori ‘un mi piace punto. Demoni e inferno è meglio lasciarli dove sono, anche se so’ etruschi!
Ancora? Ma era una mania!
Beppe, sacramentando, caricò il suo rotolo di rete sull’Ape scassata parcheggiata davanti alla ferramenta e si scontrò quasi con Nicola, che stava fermando la bici con una sgommata.
- Eccomi, sono qui!
Teo lo accolse brontolando.
- Era ora, stava per crescermi l’erba nelle scarpe! Non avevamo appuntamento alle dieci?
Veramente, pensò Nicola, non si erano dati nessun appuntamento, ma era inutile ricordarglielo. Certo, era vero che, più o meno alle dieci di ogni giorno, si trovavano sul muretto con la regola “chi arriva prima aspetta”.
Ma lui, quella mattina, aveva avuto cose troppo importanti da fare.
Teo saltò giù dalla cassa.
- Sono passata a cercarti al bar ma ho trovato Vitaliano che ce l’aveva col diavolo, con gli antenati, con gli etruschi e anche con te perché non trovava più il suo merlo! Sono arrivata qui e anche Beppe s’è messo a maledire Satanasso perché la sua capra è scappata da un buco nella rete… Dì un po’, mi sono persa qualche cosa? E’ arrivato il diavolo ad Altafonte con la corriera e io non me ne sono accorta?
Nicola si aggiustò gli occhiali sul naso, tirò fuori dallo zaino un depliant con un titolo roboante: “ LA TOMBA DEL CARRO INFERNALE” e lo porse alla ragazzina.
- Ce l’hanno con questo. E’ questo il diavolo di cui parlano tanto.
Teo osservò incuriosita. Nella paginetta centrale del volantino era riprodotto il dipinto un po’ scrostato di una fanciulla con una fluente capigliatura fiammeggiante e che, con grande eleganza, teneva per le redini un grifone. Evidentemente, si trattava di un affresco.
- Sembra Beh Hur! – ghignò, sapendo benissimo di scandalizzare il suo amico.
(da Il carro infernale, Roma 2005)
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CHI HA RAPITO NEROWOLF?-
Un cono col rinforzo.
Teo, dodici anni e tredici mollette colorate nei corti capelli biondi, si buttò sulla poltroncina di plastica del bar di Vitaliano mentre Zorro, il suo inseparabile cagnone nero di razza indefinita, si schiaffava sotto i suoi piedi con un Bof di soddisfazione.
Un cono “col rinforzo” era una specialità del bar: in pratica un gigantesco gelato di crema tuffata nel cioccolato fondente. La ragazzina lo aveva scoperto quando era venuta ad Altafonte, in vacanza da zia Costanza. Da allora, non c’era nemmeno bisogno che lo chiedesse: il barista non appena la vedeva arrivare si metteva all’opera. Ma non quel giorno.
Vitaliano, fisico da fantino (in gioventù sosteneva di aver vinto anche qualche corsa di galoppo) era fuori dalla grazia di dio e non degnò Teo di uno sguardo, intento com’era a sbraitare contro il mondo intero.
- Lo so io chi ha fatto sparire il mio merlo…
Il barista afferrò una copia del giornale locale e squadernò il paginone centrale sul banco.
- E’ tutta colpa del diavolo!
Il vigile urbano, che stava finendo di bere il caffè, buttò un occhio distratto sulla notizia e la lesse a bassa voce.
- Il demone dai capelli di fuoco… Il ritrovamento e il restauro dello straordinario affresco della necropoli di Altafonte è accompagnato da leggende e dicerie su malefici e poteri diabolici...
L’uomo scosse la testa.
- Ah, non ci credo a queste superstizioni! E’ una furbizia per attirare un po’ di turisti creduloni.
- E il mio merlo, allora?
- E che se ne fa il diavolo? Il tuo merlo avrà trovato una merla!
- Il mio Nerowolf non ha bisogno di andare a cercare le fidanzate, sono loro che vengono da lui. E dove lo trovano un altro merlo parlante come il mio?
Teo sorrise. In realtà quello che Vitaliano chiamava merlo era una gracula, un bell’uccello parlante dalle piume nere e il becco giallo, al quale il barista aveva insegnato a gracchiare “Viva il Pisa!”, sua squadra del cuore.
- Allora, il mio cono?
Il barista non ci sentiva proprio e continuò la sua filippica.
- Vi ripeto che è tutta colpa del demone dell’affresco! Ci sono cose che portano male, no? E il demone porta sfortuna di sicuro. Con quella testa rossa come la lava di un vulcano… E certi occhi, poi! Come fanno a dire che è bello a vedersi? A me sembra più brutto della fame!
- E va bene, niente gelato – sospirò Teo – Hai visto Nicola, almeno?
Nicola era il suo amico del cuore e compagno di mille avventure, da quando era arrivata in paese. Vitaliano trovò da ridire anche su di lui…
- Buono quello! Sempre a curiosare fra le tombe! E s’incanta a guardare i brutti ceffi dipinti sui muri. Per questa tomba del demonio è impazzito. Sarà che si capiscono: anche lui ha i capelli rossi. L’avessero lasciato seppellito sotto terra, com’era da secoli, sarebbe stato meglio! E Nicola non si dovrebbe immischiare!
Il discorso del barista, a Teo non piacque affatto. Vitaliano sragionava. Che c’entravano i capelli rossi con il demonio e la sfortuna? E, soprattutto, che c’entrava Nicola con la scomparsa del merlo? Ebbe la tentazione di reagire e strappare a Vitaliano quei quattro peli grigi che si ritrovava in testa e poi… e poi…
Il vigile, di nascosto dal barista, le fece un cenno col dito sulla tempia, come a significare che Vitaliano, quel giorno, dava proprio i numeri e che lasciasse perdere. Lo sapevano tutti che Nicola era un appassionato di storia etrusca. Cosa abbastanza comprensibile, visto che a due passi dal paese c’era una delle necropoli più famose d’Europa.
- Comunque, no . Non l’ho visto - chiosò Vitaliano - Ma se tu vedi il mio merlo in giro, riportamelo. Capito?
- E come faccio a capire che è proprio il tuo? Ah già, è vero. Se gracchia “Viva il Pisa” vuol dire che è Nerowolf.
- E se invece urla “viva la Roma” vuol dire che gli hanno fatto il lavaggio del cervello!
Il vigile, lanciata la battuta, sghignazzò senza pietà sul dolore del barista afflitto.
Teo capì che non tirava aria di gelati e decise di andare a cercare Nicola nella ferramenta del padre.
- Vieni, Zorro. Andiamo a cercare quell’M.S.
Nel gergo di sigle che Teo usava spesso, M.S. stava per Maledetto Secchione, l’epiteto che affibbiava all’amico quando questi si imbarcava in una delle sue amate disquisizioni sugli etruschi.
La ferramenta di Achille era un posto davvero speciale. Con gli alti scaffali di legno e i mille cassettini, era meta degli artigiani di tutta la vallata. “Dal chiodo al trattore” era il motto del papà di Nicola, che si faceva un punto d’onore di trovare anche il bullone più raro per i suoi clienti. Sorrise a Teo e a Zorro.
- Nicola è in giro a fare commissioni per sua madre, ma dovrebbe arrivare a momenti.
Senza nemmeno chiederlo, riempì una ciotola d’acqua e la piazzò sotto il naso del cane, che si mise a lappare soddisfatto.
- Prendi un’aranciata dal frigo.
Teo si servì da sola e sedette comodamente su una cassa di legno, gambe a penzoloni, mentre l’uomo riprendeva a sistemare i suoi mille cassettini.
- Le ci metto la rete elettrica, le ci metto!
La voce baritonale di Beppe, il vecchio contadino che aveva il podere poco lontano dal paese, arrivò prima di lui alle orecchie di Teo.
- Achille, mi servono dieci metri di rete elettrica!
- Oh Beppe, ma che ci vuoi fare, un campo di concentramento? Ti pare che io venda reti elettriche? La guerra è finita da un pezzo!
- E’ per la mi’ capra. La Nerina. Stava per figliare. Aveva già una pancia grossa come un cocomero. L’avevo isolata dalle altre e quella tonta è scappata da un buco nella rete.
- Un buco nella rete? Impossibile. Se era la rete che ti ho venduto io un mese fa, non può averci fatto un buco!
Achille difendeva con decisione la sua serietà professionale.
- Lo so che l’era nova la tu’ rete! Ma la mi’ capra c’ha du’ corna come du’ cesoie e l’ha bucata!
A Teo sembrava di essere al cinema. Sorbiva la sua aranciata e si godeva la scena. Beppe era davvero una sagoma.
- E poi - concluse il contadino, senza nessun nesso apparente – a me tutto questo viavai di gente di fori ‘un mi piace punto. Demoni e inferno è meglio lasciarli dove sono, anche se so’ etruschi!
Ancora? Ma era una mania!
Beppe, sacramentando, caricò il suo rotolo di rete sull’Ape scassata parcheggiata davanti alla ferramenta e si scontrò quasi con Nicola, che stava fermando la bici con una sgommata.
- Eccomi, sono qui!
Teo lo accolse brontolando.
- Era ora, stava per crescermi l’erba nelle scarpe! Non avevamo appuntamento alle dieci?
Veramente, pensò Nicola, non si erano dati nessun appuntamento, ma era inutile ricordarglielo. Certo, era vero che, più o meno alle dieci di ogni giorno, si trovavano sul muretto con la regola “chi arriva prima aspetta”.
Ma lui, quella mattina, aveva avuto cose troppo importanti da fare.
Teo saltò giù dalla cassa.
- Sono passata a cercarti al bar ma ho trovato Vitaliano che ce l’aveva col diavolo, con gli antenati, con gli etruschi e anche con te perché non trovava più il suo merlo! Sono arrivata qui e anche Beppe s’è messo a maledire Satanasso perché la sua capra è scappata da un buco nella rete… Dì un po’, mi sono persa qualche cosa? E’ arrivato il diavolo ad Altafonte con la corriera e io non me ne sono accorta?
Nicola si aggiustò gli occhiali sul naso, tirò fuori dallo zaino un depliant con un titolo roboante: “ LA TOMBA DEL CARRO INFERNALE” e lo porse alla ragazzina.
- Ce l’hanno con questo. E’ questo il diavolo di cui parlano tanto.
Teo osservò incuriosita. Nella paginetta centrale del volantino era riprodotto il dipinto un po’ scrostato di una fanciulla con una fluente capigliatura fiammeggiante e che, con grande eleganza, teneva per le redini un grifone. Evidentemente, si trattava di un affresco.
- Sembra Beh Hur! – ghignò, sapendo benissimo di scandalizzare il suo amico.
(da Il carro infernale, Roma 2005)
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