Qualche tempo fa mi hanno chiesto un articolo sulla Tv degli anni Sessanta e il maestro Manzi.
L'ho scritto con grande piacere. Ora è stato pubblicato su "La vita scolastica", n. 18 del 1 giugno 2011
Ed ecco qua il testo integrale
ALBERTO MANZI: quando la scuola faceva la Tv
Luisa Mattia ©
Carboncino e fogli bianchi: questa la “cassetta degli attrezzi” di Alberto Manzi, maestro. Si presenta di fronte alle telecamere, nel 1960 (e continuerà fino al 1968), per un programma ambizioso dal titolo carico di speranza: Non è mai troppo tardi. L’Italia è un paese in crescita con una percentuale altissima di analfabeti. Sono circa 6 milioni le persone che non sanno scrivere né leggere. Non hanno avuto la scuola , però c’è la tv. In orario preserale c’è un giovane e appassionato pedagogo (laureato, ha studiato con Luigi Volpicelli e ha fatto esperienza di insegnamento al Magistero) che si mette davanti alla telecamera e – come si diceva e si dice ancora, un po’ retoricamente – entra nelle case degli italiani. Matite in mano e quadernetti appoggiati sul banco, lo seguono moltissimi italiani – tanti in età avanzata – che raggiungono le aule dove c’è la televisione (non c’è ancora, in quegli anni, una Tv in ogni casa) e prendono lezione da lui che, con semplicità ed efficacia, li alfabetizza.
E’ un lavoro, quello di Manzi, che rivela una intelligenza pedagogica notevole e una forte dominante di duttilità. Lui sa – lo dichiarerà in numerose interviste – che far scuola con la televisione è una cosa che deve avere un suo codice, un senso e una grammatica di comunicazione completamente e radicalmente diverse rispetto al rapporto tra maestro e allievo che si ha in un’aula. Manzi è maestro per vocazione ma lo è ancora di più per una indubbia capacità intuitiva.
Non ha mai visto uno studio televisivo, legge il “copione” che gli hanno preparato e chiede di poter fare…di testa sua. E’ un bel pensiero didattico e pedagogico quello che, con semplicità, realizza operativamente: “Mi posi il problema del mezzo”, dichiara in un’intervista, “La televisione era immagini in movimento. Pensai di usare i disegni, piccoli schizzi che, all’inizio, fossero appena abbozzati, per mantenere desta l’attenzione di chi guardava…”.
Manzi, dunque, assume le immagini come elemento dominante del suo insegnamento, scrive per immagini. Le parole verranno un attimo dopo. Nell’arco degli anni in cui va in onda “Non è mai troppo tardi”, prende il diploma di scuola elementare circa 1 milione e mezzo di persone. Manzi, soddisfatto ed emozionato per i risultati, si definisce bonariamente un “pupazzo televisivo”; la faccia, la voce e il corpo che offre un metodo e un’occasione di apprendimento. Lui alfabetizza gli italiani ma ha bisogno di aiuto. La strategia pedagogica e didattica prevede la presenza di insegnanti (circa 2000) presenti in altrettanti centri di ascolto. Erano loro, i maestri statali destinati al progetto di alfabetizzazione degli adulti, a gestire e potenziare il metodo –Manzi, a seguire questi studenti sui-generis, con i calli alle mani e che arrivavano a scuola a dorso di somaro.
La Rai, in quegli anni, fa scuola in tutti i sensi. E non solo per gli analfabeti. Alberto Manzi, dolce e determinato pedagogo, utilizza la sua didattica televisiva per intervenire educativamente su chi lo ascolta. Pone domande, sottolinea concetti, agisce sull’ortografia delle parole ma ne approfondisce anche il significato. Continuamente, insiste sulle relazioni e sulle parole che compongono pensiero e chiariscono concetti. Non c’è argomento che non sia affrontabile con la semplicità e l’ essenzialità del suo insegnamento. Non c’è tema né questione che la Tv non possa proporre alla riflessione. Davanti alla Tv, in quelle ore prima di cena, non ci sono soltanto i contadini analfabeti che vogliono imparare a scrivere il proprio nome. Ci sono le famiglie. Ci sono i bambini. Quelli che già vanno a scuola e quelli che ci andranno. Il carboncino nero di Manzi scrive sui fogli bianchi lettere singole, parole, frasi. Il maestro si fa gentile incantatore per i grandi e i piccoli. C’è chi aspetta di capire – come in un gioco – che cosa sta disegnando, c’è chi – i bambini, soprattutto – scopre di saperne quanto il maestro della TV, perché sanno tracciare una H maiuscola e leggere la parola nave. Certe volte il divertimento in famiglia sale, perché il maestro sbaglia. Possibile? Sì. Lo fa apposta. Dice Manzi: “Quante volte ho sbagliato di proposito! Volevo far vedere che anche il maestro può sbagliare, che è umano, che non c’è da preoccuparsi . Si sbaglia …bonanotte. Si ricomincia e si corregge”. Il principio pedagogico della “didattica dell’errore” trova testimonianza in molte occasioni di cui ci resta memoria visiva. Gli allievi di Manzi – qualcuno compare in tv, seduto al banco, a formare una classe eterogenea e imprevista – non si scoraggiano di fronte all’errore. In una breve sequenza, il maestro chiama a scrivere il proprio nome un vecchio contadino che va al centro d’ascolto con il somaro. L’uomo ha imparato a scrivere il suo nome e si prova a farlo sulla lavagna. L’emozione, però, lo fa sbagliare. E di fronte al maestro che, per tenerezza, vorrebbe restituirgli la tranquillità del suo posto a sedere, il vecchio contadino sorride e con ostinazione dice che no, vuole cancellare l’errore e scrivere il suo nome come si deve. E’ una televisione gentile, quella del maestro Manzi, fatta di rispetto: per chi segue la sua trasmissione e per chi vi partecipa. Anche gli ospiti, da Aldo Fabrizi a Carlo Campanini, seppur attori comici, abituati a mettersi in primo piano, acquistano misura, fanno un passo indietro rispettoso e lasciano visibilità agli allievi, al loro maestro e a quel sapere essenziale che prende forme sui fogli di carta da pacchi. E’ una televisione sorridente che non irride, che non mette alla berlina. Guardando i vecchi filmati, viene di pensare che, oggi, quei vecchi contadini sarebbero protagonisti e vittime di battute, scherzi e lazzi; che i loro errori andrebbero a nutrire una bella serie di “risatissime” televisive e a comporre un catalogo di strafalcioni messo insieme per divertire. E punto. La scuola che faceva la televisione, trattava con cura i suoi allievi, insegnava, con Manzi, un modo gentile di mettere in contatto le persone – bambini e adulti – con il sapere. Era, quella, una televisione che non voleva trasmettere solo se stessa ma aveva un obiettivo, serio e lieve: dare opportunità di elaborare pensiero. Può tornare. Con altre forme, certo, ma con altrettanto nobili progetti.
L'ho scritto con grande piacere. Ora è stato pubblicato su "La vita scolastica", n. 18 del 1 giugno 2011
Ed ecco qua il testo integrale
ALBERTO MANZI: quando la scuola faceva la Tv
Luisa Mattia ©
Carboncino e fogli bianchi: questa la “cassetta degli attrezzi” di Alberto Manzi, maestro. Si presenta di fronte alle telecamere, nel 1960 (e continuerà fino al 1968), per un programma ambizioso dal titolo carico di speranza: Non è mai troppo tardi. L’Italia è un paese in crescita con una percentuale altissima di analfabeti. Sono circa 6 milioni le persone che non sanno scrivere né leggere. Non hanno avuto la scuola , però c’è la tv. In orario preserale c’è un giovane e appassionato pedagogo (laureato, ha studiato con Luigi Volpicelli e ha fatto esperienza di insegnamento al Magistero) che si mette davanti alla telecamera e – come si diceva e si dice ancora, un po’ retoricamente – entra nelle case degli italiani. Matite in mano e quadernetti appoggiati sul banco, lo seguono moltissimi italiani – tanti in età avanzata – che raggiungono le aule dove c’è la televisione (non c’è ancora, in quegli anni, una Tv in ogni casa) e prendono lezione da lui che, con semplicità ed efficacia, li alfabetizza.
E’ un lavoro, quello di Manzi, che rivela una intelligenza pedagogica notevole e una forte dominante di duttilità. Lui sa – lo dichiarerà in numerose interviste – che far scuola con la televisione è una cosa che deve avere un suo codice, un senso e una grammatica di comunicazione completamente e radicalmente diverse rispetto al rapporto tra maestro e allievo che si ha in un’aula. Manzi è maestro per vocazione ma lo è ancora di più per una indubbia capacità intuitiva.
Non ha mai visto uno studio televisivo, legge il “copione” che gli hanno preparato e chiede di poter fare…di testa sua. E’ un bel pensiero didattico e pedagogico quello che, con semplicità, realizza operativamente: “Mi posi il problema del mezzo”, dichiara in un’intervista, “La televisione era immagini in movimento. Pensai di usare i disegni, piccoli schizzi che, all’inizio, fossero appena abbozzati, per mantenere desta l’attenzione di chi guardava…”.
Manzi, dunque, assume le immagini come elemento dominante del suo insegnamento, scrive per immagini. Le parole verranno un attimo dopo. Nell’arco degli anni in cui va in onda “Non è mai troppo tardi”, prende il diploma di scuola elementare circa 1 milione e mezzo di persone. Manzi, soddisfatto ed emozionato per i risultati, si definisce bonariamente un “pupazzo televisivo”; la faccia, la voce e il corpo che offre un metodo e un’occasione di apprendimento. Lui alfabetizza gli italiani ma ha bisogno di aiuto. La strategia pedagogica e didattica prevede la presenza di insegnanti (circa 2000) presenti in altrettanti centri di ascolto. Erano loro, i maestri statali destinati al progetto di alfabetizzazione degli adulti, a gestire e potenziare il metodo –Manzi, a seguire questi studenti sui-generis, con i calli alle mani e che arrivavano a scuola a dorso di somaro.
La Rai, in quegli anni, fa scuola in tutti i sensi. E non solo per gli analfabeti. Alberto Manzi, dolce e determinato pedagogo, utilizza la sua didattica televisiva per intervenire educativamente su chi lo ascolta. Pone domande, sottolinea concetti, agisce sull’ortografia delle parole ma ne approfondisce anche il significato. Continuamente, insiste sulle relazioni e sulle parole che compongono pensiero e chiariscono concetti. Non c’è argomento che non sia affrontabile con la semplicità e l’ essenzialità del suo insegnamento. Non c’è tema né questione che la Tv non possa proporre alla riflessione. Davanti alla Tv, in quelle ore prima di cena, non ci sono soltanto i contadini analfabeti che vogliono imparare a scrivere il proprio nome. Ci sono le famiglie. Ci sono i bambini. Quelli che già vanno a scuola e quelli che ci andranno. Il carboncino nero di Manzi scrive sui fogli bianchi lettere singole, parole, frasi. Il maestro si fa gentile incantatore per i grandi e i piccoli. C’è chi aspetta di capire – come in un gioco – che cosa sta disegnando, c’è chi – i bambini, soprattutto – scopre di saperne quanto il maestro della TV, perché sanno tracciare una H maiuscola e leggere la parola nave. Certe volte il divertimento in famiglia sale, perché il maestro sbaglia. Possibile? Sì. Lo fa apposta. Dice Manzi: “Quante volte ho sbagliato di proposito! Volevo far vedere che anche il maestro può sbagliare, che è umano, che non c’è da preoccuparsi . Si sbaglia …bonanotte. Si ricomincia e si corregge”. Il principio pedagogico della “didattica dell’errore” trova testimonianza in molte occasioni di cui ci resta memoria visiva. Gli allievi di Manzi – qualcuno compare in tv, seduto al banco, a formare una classe eterogenea e imprevista – non si scoraggiano di fronte all’errore. In una breve sequenza, il maestro chiama a scrivere il proprio nome un vecchio contadino che va al centro d’ascolto con il somaro. L’uomo ha imparato a scrivere il suo nome e si prova a farlo sulla lavagna. L’emozione, però, lo fa sbagliare. E di fronte al maestro che, per tenerezza, vorrebbe restituirgli la tranquillità del suo posto a sedere, il vecchio contadino sorride e con ostinazione dice che no, vuole cancellare l’errore e scrivere il suo nome come si deve. E’ una televisione gentile, quella del maestro Manzi, fatta di rispetto: per chi segue la sua trasmissione e per chi vi partecipa. Anche gli ospiti, da Aldo Fabrizi a Carlo Campanini, seppur attori comici, abituati a mettersi in primo piano, acquistano misura, fanno un passo indietro rispettoso e lasciano visibilità agli allievi, al loro maestro e a quel sapere essenziale che prende forme sui fogli di carta da pacchi. E’ una televisione sorridente che non irride, che non mette alla berlina. Guardando i vecchi filmati, viene di pensare che, oggi, quei vecchi contadini sarebbero protagonisti e vittime di battute, scherzi e lazzi; che i loro errori andrebbero a nutrire una bella serie di “risatissime” televisive e a comporre un catalogo di strafalcioni messo insieme per divertire. E punto. La scuola che faceva la televisione, trattava con cura i suoi allievi, insegnava, con Manzi, un modo gentile di mettere in contatto le persone – bambini e adulti – con il sapere. Era, quella, una televisione che non voleva trasmettere solo se stessa ma aveva un obiettivo, serio e lieve: dare opportunità di elaborare pensiero. Può tornare. Con altre forme, certo, ma con altrettanto nobili progetti.
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