Il romanzo LA SCELTA è ambientato a Palermo, ai nostri giorni.
Racconta la storia di Antonio detto Totò che ha quattordici anni e un idolo: il fratello maggiore, capo indiscusso di una banda di quartiere. A lui vorrebbe assomigliare da grande ma l’incontro con un puparo e con la figlia Angelica comincia a indebolire le sue certezze. La scoperta che il fratello è coinvolto nella morte brutale di un amico gli sconvolge la vita ma le prove, per lui, non sono ancora finite. Una travolgente catena di eventi lo costringerà a scegliere tra la complicità indiscussa con il fratello e la salvezza della vita del puparo.
Ecco come comincia la storia di Antonio...
Fratelli
Non ho sempre le idee chiare. Anzi. Capita che uno campa alla
giornata e non se ne accorge mica di quello che gli succede intorno.
Oppure, se ne accorge ma non lo sa spiegare se è una cosa cattiva
o buona. Insomma, a 14 anni, quanti ce ne ho io, non ci
metti tanta attenzione a certi fatti. Non ci pensi. E così ti ritrovi
come me, che continuavo a fare le cose di sempre, quelle che mi
diceva Pedro, il fratello mio più grande, che si chiama Pietro ma
non gli piace; dice che è un nome da vecchio. Pedro lo sfizia, invece.
È un nome da pistolero, come quelli che ha visto al cinema e
che si vede e rivede in cassetta. Quando funziona il videoregistratore.
Pedro è un tipo che non scherza e io imparo da lui. Ho
imparato un sacco di cose da lui, fino a quel giorno, quando tutto
è cominciato e io non lo sapevo. Ecco: è una mattina di ottobre,
dentro casa mia.
Antonio sedeva al tavolo di cucina, girando e rigirando il
cucchiaio nella tazza del latte. Masticò svogliatamente
un pezzo di pane e ne lasciò metà.
Il rumore della casa, intorno a lui, sembrava ovattato,
lontano: la madre che versava il caffè, sua sorella Letizia
che gironzolava per la cucina, portando in braccio Enzo,
il fratello piccolissimo, che non ne voleva sapere di
prendere il latte dal biberon.
Pedro, il fratello maggiore, se ne stava, come al solito,
rintanato nella sua stanza, a fumare. Lontano dalle donne,
dal bambino che piagnucolava, dagli odori della cucina.
Fumava e beveva caffè, nel bicchiere di vetro, come
lo bevono gli uomini.
«Butta giù quel latte e vai a scuola!». La voce aspra della
madre distolse Antonio dai suoi pensieri.
«Non lo bevo. Fa schifo».
Alzandosi, rovesciò la sedia ma non se ne curò.
Le proteste della madre lo seguirono fino al corridoio.
Passando davanti alla stanza dei genitori, la porta spalancata
gli mostrò il letto sfatto e il corpo di suo padre,
raggomitolato su se stesso, come un bambino. Ma non
era un bambino. Dormiva ancora, nonostante la luce
del giorno, nonostante i rumori. Russava e la barba che
gli incorniciava la faccia lo faceva vecchio agli occhi del
figlio.
«Non ha fretta lui», borbottò Antonio, «pieno di vino
com’è».
Voltò le spalle alla stanza e al padre e si infilò silenzioso
nella camera che divideva con Pedro.
Il fratello, sdraiato sul letto, fumava appoggiato ai cuscini.
Il disordine intorno sembrava non infastidirlo.
Ma irritò Antonio, che lo sbirciò appena e afferrò la cinghia
del suo zaino, carico di libri e quaderni.
Pedro lo seguiva con lo sguardo. Si appoggiò meglio
sui cuscini e lo fissò con quei suoi occhi neri neri, che
sapevano essere spavaldi e intimorire.
Antonio amava suo fratello. Avrebbe voluto somigliargli,
essere capace, come lui, di mettere paura alla
gente con una sola occhiata. Ma era Pedro, ora, che lo
fissava e lo faceva sentire piccolo. Succedeva sempre
così.
…
Non mi piace questo posto. Non mi piace casa mia. Appena
metto via un po’ di soldi me ne scappo da Palermo. Vado a
Roma, a Milano. E a Rimini, che lì si balla e ci sono le ragazze
che ti corrono dietro. Vado dove mi gira, senza chiedere niente a
nessuno. E la scuola pure, la sotterro, la scordo, la mollo.
…
Non si diresse subito verso la sua scuola. Aveva da
fare una cosa per Pedro, prima.
Si ficcò a velocità dentro i vicoli, scorrazzò sul lungomare,
facendo una gimcana tra le auto ferme al semaforo,
evitò d’un soffio un’auto in sosta e poi imboccò
trionfante il viale di platani che portava al liceo. Inchiodò
il motorino a un pelo da un gruppetto di ragazzi
che stavano entrando nel cancello, mise lo zaino sul sedile
e si appoggiò con la schiena all’inferriata che dava
sul cortile.
«Qui stai?».
A parlare è la solita faccia, con la barba rada da adolescente,
gli occhiali leggeri e un’aria seria seria, che contrasta
con l’orecchino d’oro al lobo sinistro.
Le mani in tasca, Antonio stringe il pacchetto poco
più piccolo di una scatola di sigarette, che Pedro gli ha
affidato. Un gesto svelto e il pacchetto finisce nelle
mani del ragazzetto con gli occhiali. Il tempo di un cenno
di saluto e Antonio ha in tasca un rotolino di soldi. Li
ficca veloce nello zaino e torna calmo verso il motorino.
Il sole è più alto e cuoce già l’asfalto. È un autunno di calura,
come succede spesso. Antonio sbircia senza interesse
l’andirivieni dei ragazzi. Sono poco più grandi di
lui: sedici, diciassette anni e si credono già uomini.
Uomini di che? Sono strani questi studenti. Hanno le tasche
piene di soldi e la fifa nei pantaloni. Una volta che siamo venuti
qua insieme, Pedro ha dato una lezione a un tipo con uno scooter
da urlo. Al primo pugno, quello s’è messo a piangere come
una fimminedda e ha tirato fuori tutto quello che aveva in tasca;
pure il cellulare gli voleva dare. Ma mio fratello non è mica un
ladro. Mio fratello è un uomo d’onore e da lui voleva solo i soldi
dell’hascisc. Niente di più e niente di meno, solo quello che gli
toccava. Lo abbiamo lasciato per terra, lo studente, con il naso
che gli colava come a quello dei neonati. C’hanno i soldi, ’sti tipi
qua, e si pensano che comandano. Pedro me lo dice: conigli sono.
Per noi sono soldi. Non c’è da avere pietà per i ricchi e i vigliacchi.
Così la penso pure io.
Un colpo di gas: impennando lo scooter, Antonio
schizza via. Evita qualche studente e sbircia svogliato la
piazzetta che si apre alle spalle del liceo. Niente di nuovo.
Tutto come sempre. No. C’è un tipo mai visto prima.
Un omaccione, alto e grosso come Polifemo, solo
che gli occhi ce l’ha tutti e due. Sta appoggiato a un furgoncino,
lo sportello è aperto, ma si vede poco di quello
che trasporta. S’è fermato giusto al centro della piazza e
adesso guarda Antonio; senza particolare attenzione, ma
lo guarda. Antonio gli pianta gli occhi addosso e cerca di
mettersi sulla faccia l’aria più aggressiva che gli riesce di
avere, tale e quale a quella che affiora sul viso di Pedro al
primo segno di contrarietà. L’uomo distoglie lo sguardo
e si infila nel furgone. Un attimo e ne esce con un paio
di panche di legno, che accatasta vicino al furgone. Risale
e esce di nuovo con un baule con la serratura di ottone
dorato, che brilla come oro al sole della mattina. Il suo
sguardo sfiora appena Antonio. Il ragazzo dà giù di acceleratore,
s’impenna e va via.
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Racconta la storia di Antonio detto Totò che ha quattordici anni e un idolo: il fratello maggiore, capo indiscusso di una banda di quartiere. A lui vorrebbe assomigliare da grande ma l’incontro con un puparo e con la figlia Angelica comincia a indebolire le sue certezze. La scoperta che il fratello è coinvolto nella morte brutale di un amico gli sconvolge la vita ma le prove, per lui, non sono ancora finite. Una travolgente catena di eventi lo costringerà a scegliere tra la complicità indiscussa con il fratello e la salvezza della vita del puparo.
Ecco come comincia la storia di Antonio...
Fratelli
Non ho sempre le idee chiare. Anzi. Capita che uno campa alla
giornata e non se ne accorge mica di quello che gli succede intorno.
Oppure, se ne accorge ma non lo sa spiegare se è una cosa cattiva
o buona. Insomma, a 14 anni, quanti ce ne ho io, non ci
metti tanta attenzione a certi fatti. Non ci pensi. E così ti ritrovi
come me, che continuavo a fare le cose di sempre, quelle che mi
diceva Pedro, il fratello mio più grande, che si chiama Pietro ma
non gli piace; dice che è un nome da vecchio. Pedro lo sfizia, invece.
È un nome da pistolero, come quelli che ha visto al cinema e
che si vede e rivede in cassetta. Quando funziona il videoregistratore.
Pedro è un tipo che non scherza e io imparo da lui. Ho
imparato un sacco di cose da lui, fino a quel giorno, quando tutto
è cominciato e io non lo sapevo. Ecco: è una mattina di ottobre,
dentro casa mia.
Antonio sedeva al tavolo di cucina, girando e rigirando il
cucchiaio nella tazza del latte. Masticò svogliatamente
un pezzo di pane e ne lasciò metà.
Il rumore della casa, intorno a lui, sembrava ovattato,
lontano: la madre che versava il caffè, sua sorella Letizia
che gironzolava per la cucina, portando in braccio Enzo,
il fratello piccolissimo, che non ne voleva sapere di
prendere il latte dal biberon.
Pedro, il fratello maggiore, se ne stava, come al solito,
rintanato nella sua stanza, a fumare. Lontano dalle donne,
dal bambino che piagnucolava, dagli odori della cucina.
Fumava e beveva caffè, nel bicchiere di vetro, come
lo bevono gli uomini.
«Butta giù quel latte e vai a scuola!». La voce aspra della
madre distolse Antonio dai suoi pensieri.
«Non lo bevo. Fa schifo».
Alzandosi, rovesciò la sedia ma non se ne curò.
Le proteste della madre lo seguirono fino al corridoio.
Passando davanti alla stanza dei genitori, la porta spalancata
gli mostrò il letto sfatto e il corpo di suo padre,
raggomitolato su se stesso, come un bambino. Ma non
era un bambino. Dormiva ancora, nonostante la luce
del giorno, nonostante i rumori. Russava e la barba che
gli incorniciava la faccia lo faceva vecchio agli occhi del
figlio.
«Non ha fretta lui», borbottò Antonio, «pieno di vino
com’è».
Voltò le spalle alla stanza e al padre e si infilò silenzioso
nella camera che divideva con Pedro.
Il fratello, sdraiato sul letto, fumava appoggiato ai cuscini.
Il disordine intorno sembrava non infastidirlo.
Ma irritò Antonio, che lo sbirciò appena e afferrò la cinghia
del suo zaino, carico di libri e quaderni.
Pedro lo seguiva con lo sguardo. Si appoggiò meglio
sui cuscini e lo fissò con quei suoi occhi neri neri, che
sapevano essere spavaldi e intimorire.
Antonio amava suo fratello. Avrebbe voluto somigliargli,
essere capace, come lui, di mettere paura alla
gente con una sola occhiata. Ma era Pedro, ora, che lo
fissava e lo faceva sentire piccolo. Succedeva sempre
così.
…
Non mi piace questo posto. Non mi piace casa mia. Appena
metto via un po’ di soldi me ne scappo da Palermo. Vado a
Roma, a Milano. E a Rimini, che lì si balla e ci sono le ragazze
che ti corrono dietro. Vado dove mi gira, senza chiedere niente a
nessuno. E la scuola pure, la sotterro, la scordo, la mollo.
…
Non si diresse subito verso la sua scuola. Aveva da
fare una cosa per Pedro, prima.
Si ficcò a velocità dentro i vicoli, scorrazzò sul lungomare,
facendo una gimcana tra le auto ferme al semaforo,
evitò d’un soffio un’auto in sosta e poi imboccò
trionfante il viale di platani che portava al liceo. Inchiodò
il motorino a un pelo da un gruppetto di ragazzi
che stavano entrando nel cancello, mise lo zaino sul sedile
e si appoggiò con la schiena all’inferriata che dava
sul cortile.
«Qui stai?».
A parlare è la solita faccia, con la barba rada da adolescente,
gli occhiali leggeri e un’aria seria seria, che contrasta
con l’orecchino d’oro al lobo sinistro.
Le mani in tasca, Antonio stringe il pacchetto poco
più piccolo di una scatola di sigarette, che Pedro gli ha
affidato. Un gesto svelto e il pacchetto finisce nelle
mani del ragazzetto con gli occhiali. Il tempo di un cenno
di saluto e Antonio ha in tasca un rotolino di soldi. Li
ficca veloce nello zaino e torna calmo verso il motorino.
Il sole è più alto e cuoce già l’asfalto. È un autunno di calura,
come succede spesso. Antonio sbircia senza interesse
l’andirivieni dei ragazzi. Sono poco più grandi di
lui: sedici, diciassette anni e si credono già uomini.
Uomini di che? Sono strani questi studenti. Hanno le tasche
piene di soldi e la fifa nei pantaloni. Una volta che siamo venuti
qua insieme, Pedro ha dato una lezione a un tipo con uno scooter
da urlo. Al primo pugno, quello s’è messo a piangere come
una fimminedda e ha tirato fuori tutto quello che aveva in tasca;
pure il cellulare gli voleva dare. Ma mio fratello non è mica un
ladro. Mio fratello è un uomo d’onore e da lui voleva solo i soldi
dell’hascisc. Niente di più e niente di meno, solo quello che gli
toccava. Lo abbiamo lasciato per terra, lo studente, con il naso
che gli colava come a quello dei neonati. C’hanno i soldi, ’sti tipi
qua, e si pensano che comandano. Pedro me lo dice: conigli sono.
Per noi sono soldi. Non c’è da avere pietà per i ricchi e i vigliacchi.
Così la penso pure io.
Un colpo di gas: impennando lo scooter, Antonio
schizza via. Evita qualche studente e sbircia svogliato la
piazzetta che si apre alle spalle del liceo. Niente di nuovo.
Tutto come sempre. No. C’è un tipo mai visto prima.
Un omaccione, alto e grosso come Polifemo, solo
che gli occhi ce l’ha tutti e due. Sta appoggiato a un furgoncino,
lo sportello è aperto, ma si vede poco di quello
che trasporta. S’è fermato giusto al centro della piazza e
adesso guarda Antonio; senza particolare attenzione, ma
lo guarda. Antonio gli pianta gli occhi addosso e cerca di
mettersi sulla faccia l’aria più aggressiva che gli riesce di
avere, tale e quale a quella che affiora sul viso di Pedro al
primo segno di contrarietà. L’uomo distoglie lo sguardo
e si infila nel furgone. Un attimo e ne esce con un paio
di panche di legno, che accatasta vicino al furgone. Risale
e esce di nuovo con un baule con la serratura di ottone
dorato, che brilla come oro al sole della mattina. Il suo
sguardo sfiora appena Antonio. Il ragazzo dà giù di acceleratore,
s’impenna e va via.
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