Celestina è la protagonista del racconto "I jeans di Garibaldi" (www.carthusiaedizioni.it), che si svolge nell'arco di tempo che va dallo sbarco dei Mille a Marsala fino alla conquista di Palermo. 
Pochi giorni in cui Celestina, ragazzina che non possiede nulla se non la propria mula, si renderà necessaria e indimenticabile per il Generale. Il libro prende avvio nel periodo immediatamente successivo allo sbarco dei Mille a Marsala. E' il maggio 1860...

Pochi giorni in cui Celestina, ragazzina che non possiede nulla se non la propria mula, si renderà necessaria e indimenticabile per il Generale. Il libro prende avvio nel periodo immediatamente successivo allo sbarco dei Mille a Marsala. E' il maggio 1860...
Luce azzurrata nel cielo, quello sfumare lento che segnava il passaggio dalla notte al giorno. Il sole li colse nel pieno della marcia. A capo chino, Giuseppe aveva percorso un sentiero sassoso, tenendo dietro al piccolo corteo di soldati che avanzava. Suo padre, frenetico, camminava avanti e indietro, controllando i carretti che trasportavano i giovani feriti. Tre muli faticavano a trainare il carico. Spesso, durante la salita, erano stati costretti a spingere le ruote, a tirare le bestie affinché non si impantanassero. Da un po’, una pioggia fitta e fastidiosa bagnava la terra e gli uomini. Cadeva come un pianto, leggera, continua, silenziosa.
- Pinìn, vieni a darmi una mano.
S’accodò al padre che, deciso, si dirigeva verso il primo carro della fila. Sdraiato sulle assi di legno, stava un ragazzo poco più grande di Giuseppe. La spalla sanguinava e il dolore sembrava averlo stordito. Fermata la colonna, cambiarono la benda al soldato e lo coprirono con un pastrano. Aveva appena riposto il rotolo delle bende nella sacca quando gli sembrò di sentire un sibilo, quasi un soffio alle spalle e … Ma no. Solo il rumore dei carri, il fiato dei soldati.
Chiudeva il corteo di militi, Giuseppe. Un po’ arrancava, gli abiti appesantiti dalla pioggia. Avvertì ancora un frusciare e… nulla. Continuarono la marcia. La montagna sembrava non voler finire mai. Era lì, vicina e difficile da superare.
Di nuovo un rumore. Piccolo. Stavolta si bloccò e scrutò intorno, guardingo come un lupo. C’era qualcuno che lo seguiva, di questo era certo. Inchiodò lo sguardo su una macchia di cespugli che faceva da cornice al sentiero. Lì in mezzo, lì… fece qualche passo verso la fitta vegetazione. Un’ombra gli saettò sotto gli occhi e sparì per il costone. Fece in tempo a notare una figura lesta, infagottata dai panni bagnati.
- Riprendi il contatto – gli intimò uno dei soldati, voltandosi – Tra poco siamo al passo.
Tra Giuseppe e la colonna c’erano parecchi metri di distanza. Li fece di corsa, scivolando sui sassi, affondando nel fango. Li agganciò. Il soldato aveva ragione: mancava poco ormai al Passo di Renna. Da lì in poi, sarebbero scesi verso la piana. Il cammino sarebbe stato più lieve, sperava. Un colpo di schioppo lacerò la quiete dell’aria.
- Al riparo! – gridò il capocolonna.
In un battibaleno, i soldati si rotolarono lungo il costone e, imbracciato il fucile, risposero al fuoco.
Giuseppe s’era acquattato dietro una roccia. Da lì poteva vedere i bagliori del fuoco incrociato ma non distingueva il nemico. Soldati borbonici? Fin lassù? Lo raggiunse affannato Fioravante.
- Briganti – sussurrò – Non muoverti di qui. Li vedi i carri?
Li vedeva, sì. Quasi spettrali nel mezzo dello scontro a fuoco, i carri con i feriti erano rimasti fermi al centro del passo. I muli scalpitavano appena, quasi fossero abituati al rumore della battaglia.
- Bisogna portar via i feriti – mormorò il padre.
Ci fu un momento di silenzio assoluto. Non sparavano più, né i soldati né i briganti, adesso.
Poi un urlo. E un altro. E un altro ancora.
Alcune figure vestite di scuro si lanciarono contro i soldati. Li costrinsero a un corpo a corpo. Luccicavano le lame dei coltelli dei briganti. Luccicavano le baionette. Fioravante si lanciò nella mischia a mani nude.
- No! – gridò Giuseppe, ma il padre non lo ascoltò.
Lui ebbe l’istinto di seguirlo ma, proprio mentre si sollevava per raggiungere gli uomini in lotta, vide con la coda dell’occhio una figura scura seguire il padre con l’intenzione di aggredirlo alle spalle. Gli si lanciò contro, lo abbrancò alle gambe. Il brigante cadde a terra poi si girò e lo strinse alla gola, togliendogli il fiato. L’uomo si rizzò sulle ginocchia e allungò la mano a riprendere il coltello che gli era caduto di mano, quando Giuseppe lo aveva bloccato. Lui, Pinìn, era steso a terra, inerme. Vide la lama avvicinarsi al suo collo. S’aspettò il peggio. Un gemito, un tonfo. Il corpo del brigante gli rovinò accanto.
Dietro l’uomo, si stagliò la figura di una ragazzina più o meno della sua età. Tra le mani una grossa pietra con la quale aveva stordito il brigante. Incrociarono lo sguardo per un secondo appena.
Lei, gettata lontano la pietra, prese a correre. Si spinse verso i carri e s’affannò intorno al basto di uno dei muli, cercando di liberarlo.
Lui la rincorse. Agganciò la lunga veste e poi le bloccò le braccia. Lei reagì. Caddero a terra insieme. Solo allora ne vide la faccia, un musetto di ragazzina, sporco di fango. Occhi scuri e capelli arruffati, ma chiari come il grano d’estate.
- Ferma! Che volevi fare?
- Mi prendo a Rosa, il mulo mio!
La stessa voce, la stessa pretesa. Dunque, quella era la ragazzina che aveva visto la sera prima?
Intorno a loro, i rumori e le grida della lotta si spensero improvvisi. I briganti si lanciarono lungo il costone e si dileguarono. Rimanevano i soldati garibaldini, sporchi di fango, sanguinanti.
Vide venirgli incontro il padre. L’andatura costante, il passo deciso lo rassicurarono. Non era ferito, dunque.
- Ci hanno rubato tre fucili e parecchie munizioni. Qualche ragazzo è ferito – gli comunicò – Dammi le bende, l’alcol…
S’avvicinò al figlio, mentre il piccolo manipolo si ricomponeva. Solo allora s’accorse della ragazzina che, adesso, s’era drizzata in piedi e lo guardava, fiera.
- Stava nella casa dove abbiamo dormito stanotte – Giuseppe prevenne l’inevitabile domanda del padre – M’ha salvato da un brigante. Gli ha dato in testa un pietrone così.
Indicò un masso, poco più in là.
- Te ne sono grato… il tuo nome?
- Celestina mi chiamo – disse lei – Rivoglio a Rosa e me ne vado.
Indicò la mula che apriva la colonna.
- I muli sono requisiti – replicò l’uomo seccamente – Servono per trasportare i feriti.
- Potrebbe restare – azzardò il ragazzino – Lei con il suo mulo.
- Restare? Una bambina?
- Anch’io sono un bambino.
- Che sta diventando uomo, l’hai detto tu.
- Non sarei arrivato a quest’ora, senza di lei.
Fioravante squadrò la bambina.
- E’ meglio se vai – mormorò, rivolto alla ragazzina.
- Lei vuole il mulo.
Fioravante sorrise.
- Sì, lo so. Lei vuole il mulo…
- Rosa, si chiama.
Celestina accarezzò la groppa magra dell’animale.
- Anche la madre del Generale si chiamava Rosa – mormorò Giuseppe.
- Non essere irriverente, Pinìn – lo sgridò il padre.
Ma gli occhi ridevano.
Tornò a rivolgersi alla ragazzina.
- Qua ci sono soldati, si fa la guerra.
- Io la conosco la guerra. Re Franceschiello s’è preso mio padre e mio fratello. Stanno coi napoletani.
- E tua madre?
Lei fece un gesto, indicando il cielo.
- Sta lassù, m’ha detto il prete. E guarda quello che faccio io, ma non lo so se mi vede. C’aveva gli occhi appannati… – concluse in un sussurro.
- E dei briganti, sai nulla?
- Si sono rubati la capra. E pure il maiale. Là… - indicò giù, verso la valle – E voi piemontesi vi siete presi a Rosa. Pure voi siete briganti.
- Noi siamo venuti a portarvi la libertà e…
Giuseppe avrebbe voluto spiegare ma… cosa? Di fronte a quella faccetta sporca, a quegli occhi spavaldi, gli mancavano le parole.
- Briganti o no, con noi non puoi restare – s’affrettò a dire Fioravante - Torna a casa.
- Casa mia è dove c’è pane che posso mangiare. Se mi dai pane…
- Ce n’è solo per i soldati.
- E per i poveretti no, vero? Per noi c’è la libertà. E come si mangia ‘sta libertà?
Fioravante restò senza parole. Girò sui tacchi e si diresse verso l’ufficiale del manipolo. Gli uomini intorno attendevano ordini.
Celestina, guardata a vista da Giuseppe, s’era messa vicina alla mula, le parlava, le accarezzava il collo sudato. Scrutò il ragazzino con occhi irridenti e poi scoppiò in una risata.
- Stanno tutti come te, in mutande, i soldati di Calibbardo?
Indicava i suoi pantaloni. Lui abbassò gli occhi e vide uno strappo che li attraversava all’altezza dell’inguine e rivelava agli occhi di chiunque le sue brache di lana. Arrossì violentemente.
- Dovremo trovare il modo di ricucirli – mormorò Fioravante, indicandoli.
Tornava in quel momento dal colloquio con l’ufficiale. Fece solo un cenno alla ragazzina, come a dire: puoi restare.
Velocemente, prese posto tra i soldati. Il capocolonna si mise davanti ai muli e diede l’ordine di partenza.
Celestina scattò in avanti, sorprendendo Giuseppe. Senza esitazione, era salita in groppa a Rosa e aveva dato di sprone. La mula aveva appena scartato e poi s’era messa in cammino, trascinando il carro con i feriti. Dietro venivano altri due carri e un gruppetto di soldati. Fioravante s’affiancò a Celestina.
- Noi andiamo a Palermo, col Generale.
- E io là vengo. Io vado dove va Rosa.
Non ci fu verso di convincerla a scendere. Continuarono la marcia verso la piana, con lei in testa al drappello.
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- Pinìn, vieni a darmi una mano.
S’accodò al padre che, deciso, si dirigeva verso il primo carro della fila. Sdraiato sulle assi di legno, stava un ragazzo poco più grande di Giuseppe. La spalla sanguinava e il dolore sembrava averlo stordito. Fermata la colonna, cambiarono la benda al soldato e lo coprirono con un pastrano. Aveva appena riposto il rotolo delle bende nella sacca quando gli sembrò di sentire un sibilo, quasi un soffio alle spalle e … Ma no. Solo il rumore dei carri, il fiato dei soldati.
Chiudeva il corteo di militi, Giuseppe. Un po’ arrancava, gli abiti appesantiti dalla pioggia. Avvertì ancora un frusciare e… nulla. Continuarono la marcia. La montagna sembrava non voler finire mai. Era lì, vicina e difficile da superare.
Di nuovo un rumore. Piccolo. Stavolta si bloccò e scrutò intorno, guardingo come un lupo. C’era qualcuno che lo seguiva, di questo era certo. Inchiodò lo sguardo su una macchia di cespugli che faceva da cornice al sentiero. Lì in mezzo, lì… fece qualche passo verso la fitta vegetazione. Un’ombra gli saettò sotto gli occhi e sparì per il costone. Fece in tempo a notare una figura lesta, infagottata dai panni bagnati.
- Riprendi il contatto – gli intimò uno dei soldati, voltandosi – Tra poco siamo al passo.
Tra Giuseppe e la colonna c’erano parecchi metri di distanza. Li fece di corsa, scivolando sui sassi, affondando nel fango. Li agganciò. Il soldato aveva ragione: mancava poco ormai al Passo di Renna. Da lì in poi, sarebbero scesi verso la piana. Il cammino sarebbe stato più lieve, sperava. Un colpo di schioppo lacerò la quiete dell’aria.
- Al riparo! – gridò il capocolonna.
In un battibaleno, i soldati si rotolarono lungo il costone e, imbracciato il fucile, risposero al fuoco.
Giuseppe s’era acquattato dietro una roccia. Da lì poteva vedere i bagliori del fuoco incrociato ma non distingueva il nemico. Soldati borbonici? Fin lassù? Lo raggiunse affannato Fioravante.
- Briganti – sussurrò – Non muoverti di qui. Li vedi i carri?
Li vedeva, sì. Quasi spettrali nel mezzo dello scontro a fuoco, i carri con i feriti erano rimasti fermi al centro del passo. I muli scalpitavano appena, quasi fossero abituati al rumore della battaglia.
- Bisogna portar via i feriti – mormorò il padre.
Ci fu un momento di silenzio assoluto. Non sparavano più, né i soldati né i briganti, adesso.
Poi un urlo. E un altro. E un altro ancora.
Alcune figure vestite di scuro si lanciarono contro i soldati. Li costrinsero a un corpo a corpo. Luccicavano le lame dei coltelli dei briganti. Luccicavano le baionette. Fioravante si lanciò nella mischia a mani nude.
- No! – gridò Giuseppe, ma il padre non lo ascoltò.
Lui ebbe l’istinto di seguirlo ma, proprio mentre si sollevava per raggiungere gli uomini in lotta, vide con la coda dell’occhio una figura scura seguire il padre con l’intenzione di aggredirlo alle spalle. Gli si lanciò contro, lo abbrancò alle gambe. Il brigante cadde a terra poi si girò e lo strinse alla gola, togliendogli il fiato. L’uomo si rizzò sulle ginocchia e allungò la mano a riprendere il coltello che gli era caduto di mano, quando Giuseppe lo aveva bloccato. Lui, Pinìn, era steso a terra, inerme. Vide la lama avvicinarsi al suo collo. S’aspettò il peggio. Un gemito, un tonfo. Il corpo del brigante gli rovinò accanto.
Dietro l’uomo, si stagliò la figura di una ragazzina più o meno della sua età. Tra le mani una grossa pietra con la quale aveva stordito il brigante. Incrociarono lo sguardo per un secondo appena.
Lei, gettata lontano la pietra, prese a correre. Si spinse verso i carri e s’affannò intorno al basto di uno dei muli, cercando di liberarlo.
Lui la rincorse. Agganciò la lunga veste e poi le bloccò le braccia. Lei reagì. Caddero a terra insieme. Solo allora ne vide la faccia, un musetto di ragazzina, sporco di fango. Occhi scuri e capelli arruffati, ma chiari come il grano d’estate.
- Ferma! Che volevi fare?
- Mi prendo a Rosa, il mulo mio!
La stessa voce, la stessa pretesa. Dunque, quella era la ragazzina che aveva visto la sera prima?
Intorno a loro, i rumori e le grida della lotta si spensero improvvisi. I briganti si lanciarono lungo il costone e si dileguarono. Rimanevano i soldati garibaldini, sporchi di fango, sanguinanti.
Vide venirgli incontro il padre. L’andatura costante, il passo deciso lo rassicurarono. Non era ferito, dunque.
- Ci hanno rubato tre fucili e parecchie munizioni. Qualche ragazzo è ferito – gli comunicò – Dammi le bende, l’alcol…
S’avvicinò al figlio, mentre il piccolo manipolo si ricomponeva. Solo allora s’accorse della ragazzina che, adesso, s’era drizzata in piedi e lo guardava, fiera.
- Stava nella casa dove abbiamo dormito stanotte – Giuseppe prevenne l’inevitabile domanda del padre – M’ha salvato da un brigante. Gli ha dato in testa un pietrone così.
Indicò un masso, poco più in là.
- Te ne sono grato… il tuo nome?
- Celestina mi chiamo – disse lei – Rivoglio a Rosa e me ne vado.
Indicò la mula che apriva la colonna.
- I muli sono requisiti – replicò l’uomo seccamente – Servono per trasportare i feriti.
- Potrebbe restare – azzardò il ragazzino – Lei con il suo mulo.
- Restare? Una bambina?
- Anch’io sono un bambino.
- Che sta diventando uomo, l’hai detto tu.
- Non sarei arrivato a quest’ora, senza di lei.
Fioravante squadrò la bambina.
- E’ meglio se vai – mormorò, rivolto alla ragazzina.
- Lei vuole il mulo.
Fioravante sorrise.
- Sì, lo so. Lei vuole il mulo…
- Rosa, si chiama.
Celestina accarezzò la groppa magra dell’animale.
- Anche la madre del Generale si chiamava Rosa – mormorò Giuseppe.
- Non essere irriverente, Pinìn – lo sgridò il padre.
Ma gli occhi ridevano.
Tornò a rivolgersi alla ragazzina.
- Qua ci sono soldati, si fa la guerra.
- Io la conosco la guerra. Re Franceschiello s’è preso mio padre e mio fratello. Stanno coi napoletani.
- E tua madre?
Lei fece un gesto, indicando il cielo.
- Sta lassù, m’ha detto il prete. E guarda quello che faccio io, ma non lo so se mi vede. C’aveva gli occhi appannati… – concluse in un sussurro.
- E dei briganti, sai nulla?
- Si sono rubati la capra. E pure il maiale. Là… - indicò giù, verso la valle – E voi piemontesi vi siete presi a Rosa. Pure voi siete briganti.
- Noi siamo venuti a portarvi la libertà e…
Giuseppe avrebbe voluto spiegare ma… cosa? Di fronte a quella faccetta sporca, a quegli occhi spavaldi, gli mancavano le parole.
- Briganti o no, con noi non puoi restare – s’affrettò a dire Fioravante - Torna a casa.
- Casa mia è dove c’è pane che posso mangiare. Se mi dai pane…
- Ce n’è solo per i soldati.
- E per i poveretti no, vero? Per noi c’è la libertà. E come si mangia ‘sta libertà?
Fioravante restò senza parole. Girò sui tacchi e si diresse verso l’ufficiale del manipolo. Gli uomini intorno attendevano ordini.
Celestina, guardata a vista da Giuseppe, s’era messa vicina alla mula, le parlava, le accarezzava il collo sudato. Scrutò il ragazzino con occhi irridenti e poi scoppiò in una risata.
- Stanno tutti come te, in mutande, i soldati di Calibbardo?
Indicava i suoi pantaloni. Lui abbassò gli occhi e vide uno strappo che li attraversava all’altezza dell’inguine e rivelava agli occhi di chiunque le sue brache di lana. Arrossì violentemente.
- Dovremo trovare il modo di ricucirli – mormorò Fioravante, indicandoli.
Tornava in quel momento dal colloquio con l’ufficiale. Fece solo un cenno alla ragazzina, come a dire: puoi restare.
Velocemente, prese posto tra i soldati. Il capocolonna si mise davanti ai muli e diede l’ordine di partenza.
Celestina scattò in avanti, sorprendendo Giuseppe. Senza esitazione, era salita in groppa a Rosa e aveva dato di sprone. La mula aveva appena scartato e poi s’era messa in cammino, trascinando il carro con i feriti. Dietro venivano altri due carri e un gruppetto di soldati. Fioravante s’affiancò a Celestina.
- Noi andiamo a Palermo, col Generale.
- E io là vengo. Io vado dove va Rosa.
Non ci fu verso di convincerla a scendere. Continuarono la marcia verso la piana, con lei in testa al drappello.
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