E servono. Dicono, le parole. Leggo una
della madre di Sanaa, sgozzata dal padre, che dice: «Mio marito voleva bene a Sanaa», ha detto trattenendo le lacrime all’uscita dell’obitorio di Pordenone dove stamani ha fatto il riconoscimento del cadavere della figlia. Sanaa - ha raccontato - vestiva bene, mangiava bene, si comportava bene ma mio marito «non voleva che andasse la sera con i ragazzi brutti o con gli amici. Voleva vedere la figlia davanti a lui. Lui sempre le mandava i messaggi: vieni a casa».
Ecco. Le voleva bene, dice la madre. Difatti l'ha ammazzata. Per amore, pensa un po'.
Chi sbaglia paga, dice un proverbio molto citato. Il punto non è l'errore ma chi lo classifica come tale e il criterio che lo cataloga. La madre di Sanaa così come la madre di
Hina, piange, si dispera ma salva l'assassino di sua figlia. Perché gli è saltata la mosca al naso e ha deciso di farsi "rispettare", di "salvarla" dalla omologazione, dalla perdizione....Strano ragionamento assolutorio che conferma una attività frequente: la colpevolizzazione della vittima. Qui, io credo, c'entri poco l'Islam e le sue regole. Qui c'entra un modello feroce di dominio familiare, una cultura arcaica e brutale che attribuisce al capofamiglia il potere assoluto e che, soprattutto, definisce la femmina come una suddita, come una proprietà. E' un "vizio" diffuso, trasversale. Nel mondo occidentale assume - a volte, perché il coltello è un'arma che il maschio usa comunque volentieri per "sistemare" le cose - altre forme di sopraffazione. Resta la brutalità di una cultura diffusa che assolve il maschio e condanna la femmina.