Si chiama Hugo Cabret e vive a Parigi. E' il 1931. Hugo è solo. Dentro la stazione di Parigi rimette in sincrono gli orologi e intanto insegue un'utopia, legata a un automa...Ho letto d'un fiato un corposo libro in cui immagini e testo si confondono, si rincorrono, si contaminano in funzione del racconto. Il libro si intitola
Hugo è un bambino che ha a che fare con i libri, con il cinema, con la narrazione romanzesca della tradizione classica. Il libro che lo accoglie e
ci accoglie è costruito per sedurre. Cattura lo sguardo, travolge per la bellezza della successione delle immagini che si srotolano come un film. E di cinema parla. E dal cinema "è parlato".
Il classico racconto ottocentesco (un bambino orfano e solo che riscatta se stesso e il suo destino grazie alla sua ostinazione, alla sua intelligenza e alla sua capacità di affrontare e superare le difficoltà) è tutto declinato attraverso le immagini che raccontano e poi si lasciano lambire e completare dal testo che - a dir la verità - è molto semplice. Necessariamente semplice, visto che il racconto esplode attraverso le immagini.
C'è di bello...il bello dei disegni raffinati e il gioco dichiarato dell'intreccio. Nessun imbroglio: qui c'è un racconto da godersi tutto intero. E' un racconto classico, che preannuncia il lieto fine, che non sorprende per l'intreccio ma per come i fili della trama vengono annodati e in cui la parola vive un po' di retroguardia. Però, dichiara il suo gioco e ti invita a giocare. Mica male.