. Nulla della sua vita che, peraltro, non può essere banalmente catalogata come quella di un esploratore - viaggiatore. Nulla del segno positivo che i suoi atti hanno lasciato nella memoria storica e nella cultura del Congo colonizzato dalla Francia. Così positivo che, ancora oggi, la capitale del Congo si chiama come lui,
Mi è capitato, stamattina, di fare una passeggiata all'Auditorium di Roma. Qui, nelle sale archeologiche, c'è la mostra
Una vita per l'Africa .
Pochi pannelli, quattro monitor che raccontano di questo ragazzo aristocratico, di origini friulane, nato a Roma nel 1852 e diventato africano per scelta e volontà. Un intelligente eccentrico, curioso del mondo e delle persone, testimone onesto e convinto degli ideali di libertà, uguaglianza, fraternità...Uno così, che si ritrova in Africa da colonizzatore, stabilisce un codice di comunicazione e di rispetto, segue l'interesse culturale, pratica il confronto costante, consolida rapporti umani che prescindono dal colore della pelle. Uno così, sceglie con forza l'Africa e non ne fa una terra di conquista. Uno così combatte, un po' donchisciottescamente ma con ostinazione, contro i mercanti, gli imprenditori colonizzatori e le conseguenze di questa mentalità di furbesca rapina. Uno così soccombe, alla fine, ma non è un perdente, se ancora oggi, in Congo, dicono che "Brazzà" è parte di loro e la cosa non li sconforta per niente.
Vedendo la mostra, si scopre anche una sorprendente produzione artistica opera di giovani congolesi, che - come si vede nei filmati - ti parlano della pratica della pittura, della musica e della poesia come di un' "arma" contro la guerra e la violenza.
E dicono - con semplicità - che gli occidentali (tutti) hanno l'idea che l'Africa sia soltanto un calderone di contraddizioni, di violenza e di povertà culturale oltre che economica. Non è così, evidentemente. Lo capiamo cent'anni dopo Brazza che, invece, lo sosteneva già.