Mi capita tra le mani un libro piccolo piccolo. Lo ha scritto, tanti anni fa,
. Per i bambini. Ha scritto e disegnato
, ormai difficile da trovare in libreria. Lo sfoglio, lo rileggo. Mi sembra, il suo, un titolo audace e provocatorio. E difatti, in queste poche pagine stampate a caratteri grandi grandi per lettori piccoli piccoli, c'è il bello della ricerca della comunicazione, del divertimento, del peso lieve delle parole gustate, masticate, usate per dire, raccontare, inventare. E anche per non dire niente.
Mi tornano alla mente, per effetto di un corto circuito di memoria e di piacere di leggere, le tante pagine che, domenica scorsa, Repubblica ha dedicato a
De Andrè. E foto di fogli sparsi, di una scrittura fatta di pensieri, di fogli di carta e di inchiostro sulla carta. Testimonianza di un "disordine" essenziale alla creatività e che passa attraverso le parole.
Ma che non si ferma alle parole. No. Continua. Cresce, lavora sui pensieri, si sofferma sui ritmi, sui significati, sulle assonanze. Con ostinazione e dandosi tempo.
Penso che, sempre meno, godiamo della bellezza dello scrivere, appuntare, scribacchiare, fatto di carta e penna. Il Pc ci offre la "pagina a posto", ci aggiusta il testo, lo rende esteticamente ordinato. Certe volte suggerisce parole, sistema e addomestica quello che si scrive.
Carta e penna, invece, sono un po' più anarchiche.
Di certo, non sono più sovversive né irregolari.
La sostanza della scrittura non è solo estetica.
E' fatta di un lavoro lento, artigianale, misurato e paziente.
I pensieri crescono con le parole che gli si addicono.
E le parole, per questo, hanno bisogno di attenzione, devono essere accudite come le piante, dissetate, potate, nutrite.