Autogestione, occupazione, assemblea: tre vocaboli per altrettanti concetti che sembra spuntare dalla memoria anni Settanta. Però, a dare vita alle parole ci pensano le persone. E stamattina ho incontrato un bel gruppo di persone, studenti del liceo Lucrezio Caro di Roma. Occupato.
Mi hanno chiesto di andare nel loro liceo per parlare di libri, narrativa e temi sociali.
Arrivo e li trovo in assemblea, nel cortile della scuola. Stanno, ragazzi e ragazze, seduti a terra ad ascoltare e prendere nota dell'organizzazione della giornata: gruppi di studio, letture, teatro. Hanno belle facce serene, consapevoli di quel che fanno e di cosa significhi, per loro e per la scuola - la scuola "di tutti" . sottolineano; pubblica, aggiungono - prendersi il carico di organizzare vita comune e studio. Magari ci sarà qualche magagna, qualche difetto ma il tentativo è bello di per sé e molto significativo.
Gli parlo di libri, di come ho provato a raccontare la vita dei giovani "periferici", immersi nel sistema della criminalità organizzata, portatori di valori un po' primitivi ma fortissimi e, comunque, carichi di una forza eversiva alimentata dall'ignoranza, dalla mancanza di alternative.
Ascoltano, fanno domande, chiedono di approfondire alcune tematiche.
Stiamo insieme un'ora e mezza e io esco da questa mattinata volendo più bene ai libri ma, soprattutto, a questi ragazzi che, troppo spesso, vengono catalogati come pericolosamente vuoti di valori, privi di prospettive e di capacità, ma che sono, invece, tutto il contrario.
Hanno voglia di esistere, questi ragazzi; voglia di scegliere e, dunque, di assumersi delle responsabilità.
Noi, gli adulti, dovremmo aiutarli a trovare il loro spazio. Quasi mai, lo facciamo. E non mi riferisco a impegno personale ma, piuttosto, a un'azione virtuosa di politica educativa condivisa.
E sarà un bel futuro quello che ci aspetta, se a farlo saranno ragazzi come quelli che ho incontrato stamattina.