Garibaldi portava i jeans. E non è una balla ma un dato storico.
e in una bacheca, ben stirati e di un colorino azzurro niente male, ci sono i pantaloni del Generale. Indumento originale, insolito e che racconta molto del personaggio.
Da questi jeans ho tratto spunto per scrivere il romanzo "I jeans di Garibaldi" , Carthusia Edizioni
http://www.carthusiaedizioni.it/home.php? .
Non sapevo che esistessero nè che l'anticonformismo pragmatico di Garibaldi lo avesse portato a indossare un capo d'abbigliamento usato da contadini e marinai.
Al Museo Centrale del Risorgimento sono conservati moltissimi oggetti. E con questi "pezzetti" si racconta la storia.
Il principio è semplice: ogni oggetto, ogni pezzo di carta, ogni indumento, ogni traccia è un documento che contiene informazioni e curiosità. Non c'è da osservarlo ma da raccontarlo.
Ogni penna, ogni cappello, ogni finimento di cavallo è protagonista di un viaggio, di un passaggio, di un incontro.
I cimeli - nome che, nell'esperienza comune, si affibbia a roba polverosa e priva di qualunque interesse - prendono vita e senso. E' successo così ai jeans - cimelio eccentrico, a dir la verità - di cui si sanno parecchie cose: cuciti in tela di Genova (tessuto italiano per antonomasia, conosciuto fin dal '500 e solo nel XiX° secolo commercializzato negli Stati Uniti), indossati da Garibaldi durante tutta la campagna di Sicilia, affidati dal Generale a un suo cameriere affinchè li regalasse a un pastore di Caprera e finiti poi nelle mani di un medico, in cambio di cure...
Ecco: guardate già che viaggio e quante storie nella storia!
Ci sono i personaggi (Garibaldi, il cameriere, il medico, il pastore...) , un filo (i jeans) che li unisce, l'ambiente geografico (Sicilia e Sardegna), il contesto storico (il 1860 e anni seguenti).
La storia si può raccontare, dunque, con semplicità. E un museo può diventare un luogo di memoria vivace e creativa, se chi lo dirige (a Roma, il vice direttore del Museo si chiama
Marco Pizzo) sa tirar via la polvere dagli oggetti e prova ad offrirli ai visitatori perchè la curiosità prima e la voglia di sapere poi si intreccino.
La parola
conservazione non ricorda più qualcosa di vecchio e basta ma diventa un'opportunità di novità e di approfondimento.
E' un principio che i bambini capiscono bene, nella pratica.
Loro, i bambini, sono dei magnifici ed eccentrici conservatori: ficcano nelle tasche (anche dei jeans), nelle scatole, nei cassetti di casa, sassi, conchiglie, elastici, pezzetti di carta, disegni, foto. I grandi lo chiamano disordine e invece è il nucleo vivo della memoria intelligente!