, di cui tutti quelli che l'hanno visto dicono: è bellissimo! e non aggiungono niente di più, se non un deciso "vai a vederlo".
Sono andata al cinema, dunque. Hanno avuto ragione i sintetici recensori: è proprio un bel film. Mi sono domandata perché sia così bello.
Pensavo, leggendo le segnalazioni cinematografiche, che fosse un film politico fino all'ultima sequenza, dedicato al racconto della repressione della STASI nella Germania Est. E questo c'è, come
racconta il regista in una breve intervista sul web. Ma non c'è solo quello.
La storia cresce insieme al cambiamento solido, forte, inequivocabile del protagonista, un ufficiale della Stasi che è freddo, spietato, monolitico ma che in sé conserva la vulnerabilità degli esseri umani e della sua debolezza fa la sua forza, la sua capacità di ribellione. E' una ribellione silente, astuta, sofferta, tormentata e costellata di dramma. Ma c'è.
Io lo leggo come un film politico sì ma che va ben oltre la storia recente. E' un film politico perché narra la forza dirompente dei sentimenti, della complicità come della solidarietà. Senza retorica. Perché racconta ad un alto livello di qualità narrativa come si cambia, come la crisi che porta al cambiamento venga spesso inaspettata e sia capace di smuovere granitiche certezze con la forza della propria vulnerabilità ai sentimenti, alla ricerca di tenerezza. Alla bontà, in fondo. Parola - bontà - che aleggia e dà la chiave narrativa al film, che trasforma i personaggi principali, li modifica sotto i nostri occhi e ne fa persone nuove quando sono toccati dall'emozione della bellezza, della semplicità, della musica, dei sentimenti.