Picasso . La vita se la mangiava. E si mangiava anche l'arte. In tutti i sensi: perché viveva dei suoi quadri e anche molto bene; perché non poteva vivere senza dipingere. E la sua creatività era fatta di emozioni, bellezza, euforie e malinconie, passioni e indifferenze. La creatività non ha una faccia sola, né è sempre chiara come l'acqua dei versi delle canzoni.
E' una dimensione famelica, pesante e lieve allo stesso tempo.
La creatività si alimenta con gli incontri.
Nel caso di Picasso, per esempio, sembra sia stato determinante, nella sua adolescenza, l'incontro con
.
Incontro "virtuale" lo chiameremmo oggi, visto che El Greco visse nel Cinquecento ma che è stato ugualmente determinante. E concreto, perché è passato attraverso i dipinti e, dunque, attraverso qualcosa di estremamente
materiale.
Picasso, ragazzo,
copiava El Greco .
E meno male! Aveva un modello di riferimento molto alto. Andava sul difficile, sul non-conosciuto e non-praticato da lui, sulla sorpresa della bellezza che scaturisce dal pennello, dal pensiero e dal sentimento.
Credo sia, questo, uno dei principi più semplici e meno praticati nel rapporto tra bambini, giovani e potenzialità della loro intelligenza e creatività. Tanto Picasso aveva riferimenti che lo costringevano a mettersi alla prova, a superare se stesso, a scoprirsi nuove e inaspettate capacità, tanto oggi - molto spesso - ai bambini e ai ragazzi non si chiede niente, non si propone nulla che possa aprirli a nuovi punti di vista, a "incontri" con il pensiero creativo, a prove con la propria capacità di perseverare per rivelarsi e rivelare quello che nascondono.
Al contrario, tutto è codificato, pianificato, "adattato alle loro possibilità", perbenisticamente abbassato nelle aspettative, svuotato di senso.
E il senso, invece, è nella necessaria inutilità della bellezza...
Vaglielo a spiegare a quelli che - ostinatamente - parlano di pragmatismo e di studi che servano a trovare un lavoro...
Tutto qui? La proiezione di una vita conclusa nell'obiettivo di trovare un impiego...