C'è il cinema, a Roma. C'è sempre stato, a dir la verità. Le cronache (e i film) raccontano della cosiddetta Hollywood sul Tevere. La città è un set naturale, tanto è ricca di improvvise oasi di quiete, di piazzette discrete, di lungotevere facili alle carrellate, di cortili interni agli edifici che, da soli, fanno una piccola Cinecittà.
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C'è il cinema dappertutto e dovunque gente. Tanta. Non vanno in giro come se fossero al supermarket. No. L'aria non è quella da turisti per caso. Piuttosto, la "festa" sembra aver generato una effervescente euforia che porta persone (di tutte le età) a entrare in uno spazio in cui si può godere di...già, di che cosa? Di storie. Semplicemente di storie.
Ci sono in giro tanti addetti ai lavori e tanti altri che aspirerebbero a far parte del gruppo di chi il cinema lo fa. E li riconosci perchè sciamano avanti e indietro, guardandosi intorno, cercando di beccare qualche
ricco e famoso, di guardarlo e di farsi guardare, magari per rimediare , male che va, un sorriso e una vaga promessa per un lavoro che - certamente - non arriverà. Guardandoli, questi giovani e meno giovani, si scopre che le atmosfere e la spietata verità di film come
Bellissima di
Visconti sono ancora attuali.
Però, ci sono, alla Festa del Cinema, soprattutto quelli qualunque come me, quelli di sempre, che il cinema lo vanno a cercare e pagano pure il biglietto. Tanti, davvero tanti.
Se è vero - ma mica sempre - che il cinema conforta e facilita grazie alla seduzione e alla comprensibilità delle immagini, è vero in modo particolare che il cinema narra. Riprende la grande tradizione classica e la ricerca primordiale di affabulazione. Racconta storie.
Di questo abbiamo bisogno. E non per evadere dalla realtà, come ogni tanto, genericamente, sento commentare. Al contrario: cerchiamo storie e chi ce le narra, per stare più dentro alla realtà, per capire noi stessi, per fare più grande il mondo.