Tempo fa ho scritto un testo, in cui racconto le mie esperienze di incontro con i bambini e ragazzi lettori. Ora il testo è diventato un articolo pubblicato su "La vita scolastica" n.6 2010. Lo ripropongo qui di seguito
GRANDI LETTORI I BAMBINI
“Voi donne siete troppo crude!”, mi dice un bambino a commento di una storia, quella di Merlino, che gli ho appena raccontato. Siamo in una delle tante situazioni di “presentazione” di un libro a bambini e ragazzi che non ne sanno niente. Del resto, la presentazione è, per definizione, una situazione in cui arriva qualcuno per sapere cosa c’è dentro il tuo libro e tu provi a spiegarglielo. Gli incontri di questo tipo, con gli adulti, sono sempre un po’ pomposi, con un presentatore-che-presenta-l’autore-che-risponde-alle-domande-del-presentatore-e-a-quelle del pubblico. Al centro del discorso c’è il libro e il suo autore, la sua “opera” insomma. E si fanno discorsi seriosi, riflessioni, citazioni…I potenziali lettori fanno domande ben costruite e non tralasciano di dimostrare (o provano a farlo) che loro hanno letto parecchio, magari anche qualche libro in più dell’autore e che, dunque, sanno di cosa parlano quando si parla di letteratura.
Il ponte del narratore
Con i bambini e i ragazzi la situazione cambia radicalmente, perché loro – i bambini e i ragazzi – sono lì non per sapere chi sei ma quale storia sei. Sì, insomma, il centro di interesse non è l’abilità dell’autore nel mettere in fila le frasi ma la forza della storia, il suo intreccio, i suoi personaggi, la dinamica tra eventi interiori e avvenimenti oggettivi.
Ecco, di fronte ai bambini e ai ragazzi l’autore coincide esattamente con la storia che ha raccontato e riceve domande coerenti, commenti incalzanti, interrogativi ineludibili e impegnativi.
Tra scrittura e ragazzi si stabilisce un rapporto netto, cristallino.
I ragazzi vogliono entrare dentro la storia, perdersi e ritrovarsi.
Compito del narratore è fare da ponte.
Si stabilisce, cioè, una patto narrativo tra chi scrive e i ragazzi che leggono. E’ un impegno di reciproca malia che comincia prima della pubblicazione del libro, che nasce nel momento della narrazione quando chi scrive deve dimenticare se stesso e ricordarsi soltanto della storia che narra.
Comincia lì la costruzione del “ponte” che è una bella cosa da fare, perché significa apprestarsi a un viaggio, a un transito, a un lungo giro destinato a far crescere la storia e i suoi protagonisti, a entrare dentro le emozioni di chi legge e nei loro pensieri. E’ una esperienza da “camminanti”, un po’ zingari, un po’ nomadi, un po’ circensi quella dello scrittore e dei ragazzi che leggono i suoi romanzi; “camminanti” che percorrono strade molto battute e sentieri inesplorati con un obiettivo comune: mettersi in testa una storia, non lasciarla più andare via, farla parlare, farla dormire, farla mangiare con noi, viverne il tempo e lo spazio.
Voler bene alle storie
“Ma tu li conosci proprio quelli che stanno dentro a questo libro?”. È una delle domande ricorrenti. Ingenua, innocente, sincera, profonda. Non la considero una domanda scontata e mi piace che me la facciano. Io la prendo e me la gusto, perché rivela lo straordinario – e sempre inatteso - sapore della scoperta della lettura. C’è, in questo quesito così diretto, così genuino, la rivelazione che la lettura del romanzo è stata, per i bambini e i ragazzi, un vero incontro: che hanno sentito veri e vivi i personaggi; che li hanno amati, detestati, disapprovati, sostenuti; che li hanno presi con sé e ci hanno vissuto insieme per tutto il tempo della lettura. E anche dopo, finito il libro, non li hanno dimenticati, così come non si dimentica un amico, un amore.
“No, non li conosco”, rispondo, inevitabilmente. E poi aggiungo:”Eppure esistono”. I ragazzi mi seguono un po’ straniti dal mio discorso, apparentemente contraddittorio. E’ il momento, questo, in cui, con naturalezza, affrontiamo il tema grandioso e affascinante del romanzo. La spiegazione di cosa sia un romanzo avanza inesorabile dalla dinamica dei pensieri e delle considerazioni sulla verità della finzione, sull’invenzione e la fantasia che si nutrono – e come potrebbe essere altrimenti – di realtà.
I ragazzi e i bambini seguono le loro strade di pensieri, fanno confronti, considerazioni; spesso suggeriscono di proseguire la storia perché hanno immaginato un futuro per ognuno dei personaggi, un’altra storia nella storia. Così facendo hanno reso omaggio alla sostanza stessa del romanzo, si sono affezionati a voci, volti, vicende. E ci si sono specchiati.
“Ma dica un po’”, mi chiede una ragazzina tredicenne “ nel suo romanzo l’amore di una ragazza fa pensare il protagonista, lo mette in crisi, gli cambia la vita e lui diventa migliore. Con l’amore…”. Fa una pausa, poi mi guarda dritto negli occhi e finalmente sfodera la domanda, quella essenziale, quella ha dato senso alla sua lettura: “Lei crede che nella vita possa succedere davvero?”. E’ una non – domanda, questa, in realtà. Dentro c’è già risposta che è, per la ragazza, una speranza. Vuole sentirsi dire che sì, le scelte della vita, la capacità di cogliere le occasioni discendono direttamente dalla nostra capacità di non separare emozioni e raziocinio. Vuole una possibilità per immaginarsi la vita arricchita dalla forza della consapevolezza di essere fragili.
Diventare grande
“Mi piace come parli”.
“E come scrivo?”.
“Pure quello”.
Grazie. Lo dico a questo ragazzino di dieci anni che mi ha ascoltato attento e, c’è da giurarlo, lo ha fatto con il rigore naturale della sua età. Ho superato l’esame. Gli ho saputo parlare. Eh già, perché la frase “Mi piace come parli” , per me vuol dire “mi piace come mi parli”.
Ho rispettato il patto, almeno per questa volta.
“Lei scrive solo per bambini? Solo per ragazzi? Che scelta strana…”. A esprimersi così è un uomo sui quarant’anni, padre, acculturato quel tanto che basta e che – non pago – aggiunge: “Lei scrive così bene…”.
Capisco che vorrebbe dire: se scrivi bene perché mai ti dedichi alla narrativa per ragazzi? Lascia il compito a chi scrive “così così”.
Non è una considerazione infrequente.
La letteratura per l’infanzia vive in una specie di “riserva indiana”, ben recintata e poco considerata. E non perché ci sia scarsa qualità narrativa. Piuttosto perché è diretta ai bambini, a questa categoria “di transito” per l’età adulta e che – purtroppo – in Italia è considerata piccola, precaria, semplice e, dunque…un’età “così così”. E, conseguentemente, chi scrive per bambini e ragazzi è piccolo, precario e non diventerà mai grande.
Io credo esattamente il contrario.
Scrivo una “grande” narrativa.
Una letteratura sconfinata.
Me lo conferma una bambina di quarta elementare. Dice: “I numeri sono infiniti. Anche le storie”.
Grandi lettori, i bambini.
GRANDI LETTORI I BAMBINI
“Voi donne siete troppo crude!”, mi dice un bambino a commento di una storia, quella di Merlino, che gli ho appena raccontato. Siamo in una delle tante situazioni di “presentazione” di un libro a bambini e ragazzi che non ne sanno niente. Del resto, la presentazione è, per definizione, una situazione in cui arriva qualcuno per sapere cosa c’è dentro il tuo libro e tu provi a spiegarglielo. Gli incontri di questo tipo, con gli adulti, sono sempre un po’ pomposi, con un presentatore-che-presenta-l’autore-che-risponde-alle-domande-del-presentatore-e-a-quelle del pubblico. Al centro del discorso c’è il libro e il suo autore, la sua “opera” insomma. E si fanno discorsi seriosi, riflessioni, citazioni…I potenziali lettori fanno domande ben costruite e non tralasciano di dimostrare (o provano a farlo) che loro hanno letto parecchio, magari anche qualche libro in più dell’autore e che, dunque, sanno di cosa parlano quando si parla di letteratura.
Il ponte del narratore
Con i bambini e i ragazzi la situazione cambia radicalmente, perché loro – i bambini e i ragazzi – sono lì non per sapere chi sei ma quale storia sei. Sì, insomma, il centro di interesse non è l’abilità dell’autore nel mettere in fila le frasi ma la forza della storia, il suo intreccio, i suoi personaggi, la dinamica tra eventi interiori e avvenimenti oggettivi.
Ecco, di fronte ai bambini e ai ragazzi l’autore coincide esattamente con la storia che ha raccontato e riceve domande coerenti, commenti incalzanti, interrogativi ineludibili e impegnativi.
Tra scrittura e ragazzi si stabilisce un rapporto netto, cristallino.
I ragazzi vogliono entrare dentro la storia, perdersi e ritrovarsi.
Compito del narratore è fare da ponte.
Si stabilisce, cioè, una patto narrativo tra chi scrive e i ragazzi che leggono. E’ un impegno di reciproca malia che comincia prima della pubblicazione del libro, che nasce nel momento della narrazione quando chi scrive deve dimenticare se stesso e ricordarsi soltanto della storia che narra.
Comincia lì la costruzione del “ponte” che è una bella cosa da fare, perché significa apprestarsi a un viaggio, a un transito, a un lungo giro destinato a far crescere la storia e i suoi protagonisti, a entrare dentro le emozioni di chi legge e nei loro pensieri. E’ una esperienza da “camminanti”, un po’ zingari, un po’ nomadi, un po’ circensi quella dello scrittore e dei ragazzi che leggono i suoi romanzi; “camminanti” che percorrono strade molto battute e sentieri inesplorati con un obiettivo comune: mettersi in testa una storia, non lasciarla più andare via, farla parlare, farla dormire, farla mangiare con noi, viverne il tempo e lo spazio.
Voler bene alle storie
“Ma tu li conosci proprio quelli che stanno dentro a questo libro?”. È una delle domande ricorrenti. Ingenua, innocente, sincera, profonda. Non la considero una domanda scontata e mi piace che me la facciano. Io la prendo e me la gusto, perché rivela lo straordinario – e sempre inatteso - sapore della scoperta della lettura. C’è, in questo quesito così diretto, così genuino, la rivelazione che la lettura del romanzo è stata, per i bambini e i ragazzi, un vero incontro: che hanno sentito veri e vivi i personaggi; che li hanno amati, detestati, disapprovati, sostenuti; che li hanno presi con sé e ci hanno vissuto insieme per tutto il tempo della lettura. E anche dopo, finito il libro, non li hanno dimenticati, così come non si dimentica un amico, un amore.
“No, non li conosco”, rispondo, inevitabilmente. E poi aggiungo:”Eppure esistono”. I ragazzi mi seguono un po’ straniti dal mio discorso, apparentemente contraddittorio. E’ il momento, questo, in cui, con naturalezza, affrontiamo il tema grandioso e affascinante del romanzo. La spiegazione di cosa sia un romanzo avanza inesorabile dalla dinamica dei pensieri e delle considerazioni sulla verità della finzione, sull’invenzione e la fantasia che si nutrono – e come potrebbe essere altrimenti – di realtà.
I ragazzi e i bambini seguono le loro strade di pensieri, fanno confronti, considerazioni; spesso suggeriscono di proseguire la storia perché hanno immaginato un futuro per ognuno dei personaggi, un’altra storia nella storia. Così facendo hanno reso omaggio alla sostanza stessa del romanzo, si sono affezionati a voci, volti, vicende. E ci si sono specchiati.
“Ma dica un po’”, mi chiede una ragazzina tredicenne “ nel suo romanzo l’amore di una ragazza fa pensare il protagonista, lo mette in crisi, gli cambia la vita e lui diventa migliore. Con l’amore…”. Fa una pausa, poi mi guarda dritto negli occhi e finalmente sfodera la domanda, quella essenziale, quella ha dato senso alla sua lettura: “Lei crede che nella vita possa succedere davvero?”. E’ una non – domanda, questa, in realtà. Dentro c’è già risposta che è, per la ragazza, una speranza. Vuole sentirsi dire che sì, le scelte della vita, la capacità di cogliere le occasioni discendono direttamente dalla nostra capacità di non separare emozioni e raziocinio. Vuole una possibilità per immaginarsi la vita arricchita dalla forza della consapevolezza di essere fragili.
Diventare grande
“Mi piace come parli”.
“E come scrivo?”.
“Pure quello”.
Grazie. Lo dico a questo ragazzino di dieci anni che mi ha ascoltato attento e, c’è da giurarlo, lo ha fatto con il rigore naturale della sua età. Ho superato l’esame. Gli ho saputo parlare. Eh già, perché la frase “Mi piace come parli” , per me vuol dire “mi piace come mi parli”.
Ho rispettato il patto, almeno per questa volta.
“Lei scrive solo per bambini? Solo per ragazzi? Che scelta strana…”. A esprimersi così è un uomo sui quarant’anni, padre, acculturato quel tanto che basta e che – non pago – aggiunge: “Lei scrive così bene…”.
Capisco che vorrebbe dire: se scrivi bene perché mai ti dedichi alla narrativa per ragazzi? Lascia il compito a chi scrive “così così”.
Non è una considerazione infrequente.
La letteratura per l’infanzia vive in una specie di “riserva indiana”, ben recintata e poco considerata. E non perché ci sia scarsa qualità narrativa. Piuttosto perché è diretta ai bambini, a questa categoria “di transito” per l’età adulta e che – purtroppo – in Italia è considerata piccola, precaria, semplice e, dunque…un’età “così così”. E, conseguentemente, chi scrive per bambini e ragazzi è piccolo, precario e non diventerà mai grande.
Io credo esattamente il contrario.
Scrivo una “grande” narrativa.
Una letteratura sconfinata.
Me lo conferma una bambina di quarta elementare. Dice: “I numeri sono infiniti. Anche le storie”.
Grandi lettori, i bambini.
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