Da piccola, quando sentivo mia madre dire "Usciamo. Andiamo a guardare le vetrine", mi veniva la disperazione. Non sopportavo la lenta progressione, di negozio in negozio. Noiosa. Faticosa. Lenta.
Ogni tanto - solo ogni tanto - c'era qualche negozio interessante. Giocattoli, per esempio. Libri. Il resto era, ai miei occhi, una
Per me, dunque, guardare le vetrine è stato, per anni, sinonimo di noia, inutilità.
Poi...Eh, poi ho cambiato il punto di vista.
Continuo a detestare l'andamento lento e pedante di negozio in negozio. Se mi serve qualcosa, se mi piace qualcosa, la compro e basta, senza sperdermi nel rituale del confronto dei prezzi e delle tessiture.
Mi sbrigo e...guardo le vetrine.
Proprio.
Le guardo. Ne colgo la bellezza e mi faccio cogliere dallo stupore della "festa degli occhi".
Mi piacciono le vetrine semplici, quelle che nessun "artista dell'esposizione" ha pensato.
Mi piacciono le vetrine che espongono oggetti e te li mettono sotto gli occhi con la loro essenziale verità.
Come, per esempio, in questa vetrina che espone coltelli, pennelli e specchi, nella Galleria Esedra di Roma.
E' bella. Non dite di no!