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Sul palco, le parole erano sostenute, valorizzate, rafforzate dalla musica di tre artisti, due dei quali africani del Burkina Faso. Tutti e due di famiglia
Un
griot è la voce narrante del suo popolo.
Non esiste letteratura scritta nella tradizione africana. Tutto ciò che è accaduto, ciò che accade e accadrà viene trattenuto, memorizzato e raccontato verbalmente.
Mi hanno spiegato che un
griot è uomo o donna, indifferentemente e che ognuno di loro è la voce di un territorio. L'Africa è terra dalle molte lingue.
"Basta passare un sentiero o una collina e già la lingua che tu parli nel tuo villaggio non è più comprensibile".
Così, i
griot sono, come diciamo noi, "radicati" nel loro territorio.
E sono di quella loro terra la memoria, la cronaca e l'affabulazione.
Non raccontano, cioè, soltanto le leggende ma raccolgono le notizie collettive così come le vicende familiari e private.
Sono loro a dare notizia di funerali e di matrimoni.
Sono loro a narrare di fortune insperate o del parto delle mucche. A raccontare di piogge e di siccità.
Sono loro a parlare ai bambini come ai vecchi.
Sono loro ad affabulare, a far passare, letteralmente di bocca in bocca, la vita degli uomini e delle donne, a farne narrazione. Così, affabulando le cose del mondo, nasce (ed è nata anche in Europa) la narrazione popolare che è alla base della nostra letteratura.