Ho imparato che “essere di parte” è una cosa non va. Peggio: è inutile, perché “tanto se sei de parte se sa come la penzi”. Me lo ha spiegato ieri un giornalaio, qui a Roma, mentre smoccolava contro quelli che “nun comprano i ggiornali”. Doppiamente colpevoli perché, tra l’altro, leggono i giornali free.press che danno sulla metro.
“E che sso notizzie quelle? Nun te fanno penzà. Poi senti 'a televisione che te racconta quello che je pare…”.
Nella foga della conversazione mentre io – io sì – compro tre-quattro giornali diversi, il giornalaio appassionato aggiunge che “quando posso leggo parecchio ggiornali pure io. Mica quelli che se sa come la penzano…”.
Cioè, quali?, chiedo io.
“Mbeh, er Fatto, l’Unità, er Manifesto…Che li leggo a ffà? So de parte…”.
Non accenna a Libero o a Il Giornale ma…vabbè. Continua, impetuoso.
“Per esempio, leggo er Tempo che se sa che è destra”.
Non è di parte, dunque?
“Sì, è de destra ma… mica tanto”.
E che altro legge?, chiedo. Elenca Il Messaggero,
“er Coriere della sera”, Repubblica (ma poco), er Sole (mica tanto)…”.
Lasciamo perdere l’elencazione delle testate che varrebbe la pena di leggere (e che a ben guardare, secondo la sua catalogazione, sono ben poche) . A me interessa capire perché, dopo aver affermato con sicurezza “Bisogna legge tutto, così te fai ‘n’opignione”, lui stesso faccia una selezione drastica. La risposta immediata è questa: “I ggiornali che sso de parte non vale la pena che li leggi perché tanto se sa quello che dicono. ‘nvece, quell’altri te dicono un po’ de quello e un po’ de quell’altro”.
Ne è davvero certo? Mi chiedo – e chiedo a lui – se pensi sul serio che i giornali cosiddetti indipendenti non prendano posizione, non scelgano e non orientino per un verso o per l’altro.
“Che c’entra, certo che te lo dicono come la penzano però…”.
Pero mica tanto, lo so che lo dirà.
Esco dall’edicola con i miei giornali sottobraccio (per la cronaca: Repubblica, Sole 24 ore, Manifesto, La Stampa) e penso alla conversazione con il “ggiornalaio”. Condivido la sua tesi iniziale: bisogna leggere più voci per farsi un’opinione, “pe penzà come la penzi”.
Mi disorienta e mi fa riflettere, però, la contraddittoria conseguenza di questo ragionamento e cioè che i “ggiornali de parte” se sa quello che dicono”.
Vuol dire che dicono sempre la stessa cosa? Che segnalano una tesi bloccata che mantengono come costante e inamovibile punto di vista? Magari è così, sia per i giornali “de sinistra” sia per quelli “de destra” però…lui non li legge, come fa a saperlo?
E poi, dato per scontato che sia così, ne consegue che siano inutili al dibattito?
Il “ggiornalaio” è certo che sia così: stampa inutile, mentre i quotidiani cosiddetti moderati, “che nun so de destra né de sinistra” ,quelli sì che t’aiutano a farti un’opinione. A me pare di no.
Mi sento la voglia di essere “di parte” per spirito democratico inalienabile. Io, i “ggiornali de parte” li voglio in edicola. Voglio poter scegliere se leggerli o no. E se li leggo li voglio mettere a confronto con quelli che – per moderazione – non azzardano accelerate, non tentano approfondimenti e forzature.
Voglio anche er Fatto e er Ggiornale, in edicola perché, mi sembra così lapalissiano, che linguaggio, forme di comunicazione e qualità e quantità delle notizie “de parte” compongano un patrimonio imprescindibile per consentire a me di scegliere: di accettare, rifiutare, mescolare. Voglio i “ggiornali de parte” perché sono punte e lame affilate e servono a non fornire alibi ai “moderati” , a costringerli – se possibile – a prendere posizione ( i moderati non scelgono? Io credo di sì). Ma perché “moderato” “deve essere, in assoluto, un aggettivo di qualità superiore a “partigiano”? Il termine “moderato” non è garanzia, in sé, di giustezza di pensiero, di equidistanza. Non è garanzia di pensiero tout court.
Rimuginando pensieri sono arrivata a casa.
Apro i giornali che ho comprato, li sfoglio…
Notizie, notiziole e “l’opinione di…”.
Mi salta in testa il pensiero che, “ggiornali de parte” o meno, su queste pagine trovo molte opinioni ma poche idee. “De parte” o meno che siano. Che sia questo il problema più serio?
“E che sso notizzie quelle? Nun te fanno penzà. Poi senti 'a televisione che te racconta quello che je pare…”.
Nella foga della conversazione mentre io – io sì – compro tre-quattro giornali diversi, il giornalaio appassionato aggiunge che “quando posso leggo parecchio ggiornali pure io. Mica quelli che se sa come la penzano…”.
Cioè, quali?, chiedo io.
“Mbeh, er Fatto, l’Unità, er Manifesto…Che li leggo a ffà? So de parte…”.
Non accenna a Libero o a Il Giornale ma…vabbè. Continua, impetuoso.
“Per esempio, leggo er Tempo che se sa che è destra”.
Non è di parte, dunque?
“Sì, è de destra ma… mica tanto”.
E che altro legge?, chiedo. Elenca Il Messaggero,
“er Coriere della sera”, Repubblica (ma poco), er Sole (mica tanto)…”.
Lasciamo perdere l’elencazione delle testate che varrebbe la pena di leggere (e che a ben guardare, secondo la sua catalogazione, sono ben poche) . A me interessa capire perché, dopo aver affermato con sicurezza “Bisogna legge tutto, così te fai ‘n’opignione”, lui stesso faccia una selezione drastica. La risposta immediata è questa: “I ggiornali che sso de parte non vale la pena che li leggi perché tanto se sa quello che dicono. ‘nvece, quell’altri te dicono un po’ de quello e un po’ de quell’altro”.
Ne è davvero certo? Mi chiedo – e chiedo a lui – se pensi sul serio che i giornali cosiddetti indipendenti non prendano posizione, non scelgano e non orientino per un verso o per l’altro.
“Che c’entra, certo che te lo dicono come la penzano però…”.
Pero mica tanto, lo so che lo dirà.
Esco dall’edicola con i miei giornali sottobraccio (per la cronaca: Repubblica, Sole 24 ore, Manifesto, La Stampa) e penso alla conversazione con il “ggiornalaio”. Condivido la sua tesi iniziale: bisogna leggere più voci per farsi un’opinione, “pe penzà come la penzi”.
Mi disorienta e mi fa riflettere, però, la contraddittoria conseguenza di questo ragionamento e cioè che i “ggiornali de parte” se sa quello che dicono”.
Vuol dire che dicono sempre la stessa cosa? Che segnalano una tesi bloccata che mantengono come costante e inamovibile punto di vista? Magari è così, sia per i giornali “de sinistra” sia per quelli “de destra” però…lui non li legge, come fa a saperlo?
E poi, dato per scontato che sia così, ne consegue che siano inutili al dibattito?
Il “ggiornalaio” è certo che sia così: stampa inutile, mentre i quotidiani cosiddetti moderati, “che nun so de destra né de sinistra” ,quelli sì che t’aiutano a farti un’opinione. A me pare di no.
Mi sento la voglia di essere “di parte” per spirito democratico inalienabile. Io, i “ggiornali de parte” li voglio in edicola. Voglio poter scegliere se leggerli o no. E se li leggo li voglio mettere a confronto con quelli che – per moderazione – non azzardano accelerate, non tentano approfondimenti e forzature.
Voglio anche er Fatto e er Ggiornale, in edicola perché, mi sembra così lapalissiano, che linguaggio, forme di comunicazione e qualità e quantità delle notizie “de parte” compongano un patrimonio imprescindibile per consentire a me di scegliere: di accettare, rifiutare, mescolare. Voglio i “ggiornali de parte” perché sono punte e lame affilate e servono a non fornire alibi ai “moderati” , a costringerli – se possibile – a prendere posizione ( i moderati non scelgono? Io credo di sì). Ma perché “moderato” “deve essere, in assoluto, un aggettivo di qualità superiore a “partigiano”? Il termine “moderato” non è garanzia, in sé, di giustezza di pensiero, di equidistanza. Non è garanzia di pensiero tout court.
Rimuginando pensieri sono arrivata a casa.
Apro i giornali che ho comprato, li sfoglio…
Notizie, notiziole e “l’opinione di…”.
Mi salta in testa il pensiero che, “ggiornali de parte” o meno, su queste pagine trovo molte opinioni ma poche idee. “De parte” o meno che siano. Che sia questo il problema più serio?
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