Qui di seguito, un breve testo che ho scritto nel 2007 e ho letto a Casalecchio di Reno, in occasione del centenario della nascita di Astrid Lindgren
I libri che leggevo io, da piccola, erano pieni di angeli che proteggevano i bambini.
Quelli buoni, naturalmente, ché ai cattivi ci pensava il diavolo, li consigliava male, loro ci cascavano e finivano arrostiti all’inferno.
Io no. All’inferno voglio dire, non ci sarei finita, a patto che avessi obbedito ai genitori, al nonno e alla nonna, alla zia, alla maestra, al prete, alla suora, al vigile urbano, al poliziotto, al giudice, al Sindaco…eccetera.
Dì di sì e avrai salva l’anima di bambina e pure la merenda avrai.
In parrocchia, difatti, dopo la confessione e prima del cinema, le suore ci davano i biscotti con la cioccolata dentro.
Canaglie materialiste, molti di noi bambini eravamo lì, ogni domenica, per il biscotto e il film. Io ci andavo volentieri per queste due cose e anche per la messa, perché leggevo bene e mi toccava, certe volte, di leggere ad alta voce quelle belle storie di Gesù, delle moltiplicazioni del pane (dei pesci mi interessavo meno, perché il pesce non mi piaceva), del bagno nel fiume Giordano e dell’entrata a Gerusalemme. Cantando. C’era pure una cantilena che suonava così: “Sono entrato a Gerusalemme senza ride e senza piagne” (questa è la versione romanesca, è ovvio). Ci giocavamo con queste parole, con questi ritmi, anche se non mi tornava tanto il fatto che Gesù e i suoi, senza ride e senza piagne, fossero entrati a Gerusalemme. Ma come? Erano contenti, felici e neanche un sorriso? Nemmeno uno. Seri come bancari! Ma non divaghiamo.
Io ci badavo alle parole. E alle storie.
Mi piaceva leggere. Leggere a voce alta. Leggere zitta. Leggere.
Dunque, avevo i libri. Parecchi. Belli. Lacrimevoli. La maggior parte.
Le storie che leggevo io erano, come dicevo,piene di angeli custodi. Quelli che avevano tra le mani i bambini cattivi un po’ si disperavano e poi cercavano qualche altro scapestrato da raddrizzare. Certo.
I bambini sono sempre da raddrizzare. Vanno storti?
Vanno.
Già questo mette in allarme. E per intimidirci un po’, a noi bambini degli anni Sessanta, arrivavano tra le mani storie di piccole fiammiferaie morte di fame e di freddo, piccole Dorrit esposte ai rigori del gelo e della vita ma che – celestiali! – passavano in mezzo alla disperazione senza mai ribellarsi, gli infami Franti che avevano quel che meritavano mentre i cari Enrico ricevevano doni e bei voti, piccole vedette lombarde che ci lasciavano le penne appesi agli alberi ma erano – per questo – molto amati e definiti eroi, ragazzini senza famiglia che vagavano per le montagne e le pianure senza aiuto, soldatini di piombo che si sacrificavano per amore. Insomma, una strage!
Intanto c’era Astrid, ma io non lo sapevo.
Scrivevo, anche. In quegli anni Sessanta. Me lo ordinavano.
Fate un pensierino. Fate tre pensierini. Sulla mamma, sulle zie, sulla scuola, sulla maestra, sull’autunno, sull’inverno, sulle castagne.
Sempre su qualcun altro, a ben pensarci. O su cose.
Dei bambini non gliene importava niente a nessuno.
Eravamo un po’ storti, tutti da raddrizzare.
Per questo ci ordinavano di scrivere. Perché se uno scrive pensa.
Oh, ma mica quello che gli pare! Pensa quello a cui è giusto pensare. Cioè, che brava personcina prevedibile e obbediente diventerà da grande, ché si sa, da piccoli, l’unica occupazione è crescere prima possibile e non dar rogne.
Dunque, per scrivere bisognava saper scrivere. E saper scrivere, dopo aver imparato l’alfabeto, significava saper scrivere perbene. Tutto attaccato.
Vale a dire. Bisogna pensare perbene. Fare dei bei pensierini e concludere la paginetta (tutto era diminuito, all’epoca) con dei propositi. Perbene anche loro, s’intende.
Succedeva pure con le letterine di Natale. Cari papà e mamma, sarò buona, gentile, obbediente, rispettosa, studiosa, diligente…basta che sganciate i regali a Natale se no ci resto male! (ma questo era il retropensiero che sulla lettera non ci scrivevo!)
Intanto c’era Astrid ma io non lo sapevo.
Insomma, facevamo una vita d’inferno! Perché, a dirla tutta, non era così facile essere delle brave personcine.
Hai voglia a faticare! Se ne sbagliava sempre una!
Io più di una. Spesso.
Mettevo il naso dove non dovevo. Mangiavo la cioccolata di nascosto. Di nascosto leggevo i fumetti. Rubavo qualche lira per comprarmi le figurine e…cercavo sempre di fare come pare.
Tendenza all’anarchia.
Naturale nei bambini. Naturale in me. Come era naturale agire, provare a fare.
Tornava sempre, in casa e fuori, una frase:” Questo no, non puoi farlo, perché sei piccola!”.
E se trovavo convincente questa giustificazione nel caso in cui si parlasse, che so, di lavare il pavimento, trovavo meno giustificata la cosa se si trattava, tanto per dire, di prendere l’autobus!
Che c’era di così difficile? Avevo visto bene come si faceva: fermata, arriva l’autobus, moneta in mano, dai la moneta al bigliettaio, lui ti da una cartuccella colorata, ti siedi, guardi la strada, vedi dove vuoi arrivare, scendi. E’ fatta.
Eh no!, dicevano i grandi. E’ pericoloso!
Io non capivo. Tant’è che su un autobus ci sono salita, calma e tranquilla. Mi sono fatta un bel giro, col mio bravo biglietto tra le mani. Salita, discesa, guardi la città.
Torni a casa e sei più te stessa di prima, anche se i grandi non se ne accorgono.
Ecco. I bambini , avventurosi, comici, candidi e cinici, vivevano in clandestinità.
In casa. Con se stessi.
E nei libri.
Sì, quelli carichi di pena, sofferenza e cattiveria. Finivano male. A meno che non arrivasse un angelo o un adulto a salvarli.
Non sempre accadeva.
Accadeva sempre, invece, che i bambini non ce la facessero da sé.
Difatti, se ci provavano a far da sé, gli andava tutto storto.
Perché non sapevano.
Non capivano.
Non sentivano.
Una manica di stupidi e incompleti.
Storti. Da raddrizzare, appunto!
Intanto c’era Astrid. Ma io non lo sapevo.
Non ho mai smesso di leggere e di scrivere.
Abituata alla clandestinità, a scuola leggevo quello che si doveva, a casa quello che mi pareva. Romanzi, fumetti, articoli. Tutto. Se era proibito, meglio. Se era segnalato come troppo difficile per una ragazzina…Ancora meglio!
Scrivevo, anche.
Con risultati terrificanti!
Avevo imparato a fare una cosa criminosa: addomesticavo le parole, istupidivo le storie, tenevo a bada le emozioni, non le raccontavo e scrivevo, invece, pistolotti finali pieni di buoni sentimenti e altrettanto buoni propositi. Pensieri luminosi.
Mai un chiaroscuro?
Un buio fondo?
Un nero malefico?
E come no! Ma quelle cose lì mica si potevano scrivere.
Né si poteva scrivere di cose divertenti. Nessuna cittadinanza per le risate.
Così scrivevo e non mi piaceva. Roba insulsa, sciapa. Senza un’identità.
Io ero forte e scrivevo di bambinette debolucce, piagnone, poco risolute.
Scrivevo quello che era permesso…
Per un bel po’, non ho scritto un bel niente.
Solo poesie d’amore, perché a diciott’anni si sa che succede.
E’ come una malattia: ti viene di scrivere una poesia, possibilmente smielata.
Lo fai. Nemmeno te ne penti. Tanto non lo sa nessuno.
Ti tieni il peccato e zitta.
Intanto c’era Astrid. E Pippi. E Rasmus. E Miopiccolomio. E…
Ho cominciato a scrivere storie di bambini dopo aver attraversato il grande fiume delle scritture oggettive – articoli, saggi e saggetti, relazioni, osservazioni – e dopo aver letto tanti bambini.
Perché i bambini si lasciano leggere e le parole che ti arrivano, i pensieri, i comportamenti , le trasgressioni sono forti, nette, senza filtri.
Intanto c’era Astrid.
E io lo sapevo.
E’ stata, Astrid Lindgren, quella che ha strappato via il perbenismo delle storie, ha soffiato sulla polvere dei buoni propositi, ha restituito ai bambini il diritto all’anarchia e alla vita. Gli ha dato voce.
E ha fatto rumore con la sua Pippi.
Ha riso forte.
E fortemente ha fatto sapere che i bambini esistono.
Hanno voce, pensieri.
E diritto alla libertà.
Ecco, oggi che scrivo, di ragazzi e per i ragazzi, io scrivo di questo.
Di libertà. Di esserci. Di avere emozioni. Pensieri poco perbene.
Di avere sentimenti cupi e sorrisi luminosi.
Di seguire sogni e vedere la realtà con occhi propri.
Per farla la realtà.
E questo succede perché c’è stata Astrid.
E c’è ancora.
Luisa Mattia
Casalecchio di Reno, 14 novembre 2007
I libri che leggevo io, da piccola, erano pieni di angeli che proteggevano i bambini.
Quelli buoni, naturalmente, ché ai cattivi ci pensava il diavolo, li consigliava male, loro ci cascavano e finivano arrostiti all’inferno.
Io no. All’inferno voglio dire, non ci sarei finita, a patto che avessi obbedito ai genitori, al nonno e alla nonna, alla zia, alla maestra, al prete, alla suora, al vigile urbano, al poliziotto, al giudice, al Sindaco…eccetera.
Dì di sì e avrai salva l’anima di bambina e pure la merenda avrai.
In parrocchia, difatti, dopo la confessione e prima del cinema, le suore ci davano i biscotti con la cioccolata dentro.
Canaglie materialiste, molti di noi bambini eravamo lì, ogni domenica, per il biscotto e il film. Io ci andavo volentieri per queste due cose e anche per la messa, perché leggevo bene e mi toccava, certe volte, di leggere ad alta voce quelle belle storie di Gesù, delle moltiplicazioni del pane (dei pesci mi interessavo meno, perché il pesce non mi piaceva), del bagno nel fiume Giordano e dell’entrata a Gerusalemme. Cantando. C’era pure una cantilena che suonava così: “Sono entrato a Gerusalemme senza ride e senza piagne” (questa è la versione romanesca, è ovvio). Ci giocavamo con queste parole, con questi ritmi, anche se non mi tornava tanto il fatto che Gesù e i suoi, senza ride e senza piagne, fossero entrati a Gerusalemme. Ma come? Erano contenti, felici e neanche un sorriso? Nemmeno uno. Seri come bancari! Ma non divaghiamo.
Io ci badavo alle parole. E alle storie.
Mi piaceva leggere. Leggere a voce alta. Leggere zitta. Leggere.
Dunque, avevo i libri. Parecchi. Belli. Lacrimevoli. La maggior parte.
Le storie che leggevo io erano, come dicevo,piene di angeli custodi. Quelli che avevano tra le mani i bambini cattivi un po’ si disperavano e poi cercavano qualche altro scapestrato da raddrizzare. Certo.
I bambini sono sempre da raddrizzare. Vanno storti?
Vanno.
Già questo mette in allarme. E per intimidirci un po’, a noi bambini degli anni Sessanta, arrivavano tra le mani storie di piccole fiammiferaie morte di fame e di freddo, piccole Dorrit esposte ai rigori del gelo e della vita ma che – celestiali! – passavano in mezzo alla disperazione senza mai ribellarsi, gli infami Franti che avevano quel che meritavano mentre i cari Enrico ricevevano doni e bei voti, piccole vedette lombarde che ci lasciavano le penne appesi agli alberi ma erano – per questo – molto amati e definiti eroi, ragazzini senza famiglia che vagavano per le montagne e le pianure senza aiuto, soldatini di piombo che si sacrificavano per amore. Insomma, una strage!
Intanto c’era Astrid, ma io non lo sapevo.
Scrivevo, anche. In quegli anni Sessanta. Me lo ordinavano.
Fate un pensierino. Fate tre pensierini. Sulla mamma, sulle zie, sulla scuola, sulla maestra, sull’autunno, sull’inverno, sulle castagne.
Sempre su qualcun altro, a ben pensarci. O su cose.
Dei bambini non gliene importava niente a nessuno.
Eravamo un po’ storti, tutti da raddrizzare.
Per questo ci ordinavano di scrivere. Perché se uno scrive pensa.
Oh, ma mica quello che gli pare! Pensa quello a cui è giusto pensare. Cioè, che brava personcina prevedibile e obbediente diventerà da grande, ché si sa, da piccoli, l’unica occupazione è crescere prima possibile e non dar rogne.
Dunque, per scrivere bisognava saper scrivere. E saper scrivere, dopo aver imparato l’alfabeto, significava saper scrivere perbene. Tutto attaccato.
Vale a dire. Bisogna pensare perbene. Fare dei bei pensierini e concludere la paginetta (tutto era diminuito, all’epoca) con dei propositi. Perbene anche loro, s’intende.
Succedeva pure con le letterine di Natale. Cari papà e mamma, sarò buona, gentile, obbediente, rispettosa, studiosa, diligente…basta che sganciate i regali a Natale se no ci resto male! (ma questo era il retropensiero che sulla lettera non ci scrivevo!)
Intanto c’era Astrid ma io non lo sapevo.
Insomma, facevamo una vita d’inferno! Perché, a dirla tutta, non era così facile essere delle brave personcine.
Hai voglia a faticare! Se ne sbagliava sempre una!
Io più di una. Spesso.
Mettevo il naso dove non dovevo. Mangiavo la cioccolata di nascosto. Di nascosto leggevo i fumetti. Rubavo qualche lira per comprarmi le figurine e…cercavo sempre di fare come pare.
Tendenza all’anarchia.
Naturale nei bambini. Naturale in me. Come era naturale agire, provare a fare.
Tornava sempre, in casa e fuori, una frase:” Questo no, non puoi farlo, perché sei piccola!”.
E se trovavo convincente questa giustificazione nel caso in cui si parlasse, che so, di lavare il pavimento, trovavo meno giustificata la cosa se si trattava, tanto per dire, di prendere l’autobus!
Che c’era di così difficile? Avevo visto bene come si faceva: fermata, arriva l’autobus, moneta in mano, dai la moneta al bigliettaio, lui ti da una cartuccella colorata, ti siedi, guardi la strada, vedi dove vuoi arrivare, scendi. E’ fatta.
Eh no!, dicevano i grandi. E’ pericoloso!
Io non capivo. Tant’è che su un autobus ci sono salita, calma e tranquilla. Mi sono fatta un bel giro, col mio bravo biglietto tra le mani. Salita, discesa, guardi la città.
Torni a casa e sei più te stessa di prima, anche se i grandi non se ne accorgono.
Ecco. I bambini , avventurosi, comici, candidi e cinici, vivevano in clandestinità.
In casa. Con se stessi.
E nei libri.
Sì, quelli carichi di pena, sofferenza e cattiveria. Finivano male. A meno che non arrivasse un angelo o un adulto a salvarli.
Non sempre accadeva.
Accadeva sempre, invece, che i bambini non ce la facessero da sé.
Difatti, se ci provavano a far da sé, gli andava tutto storto.
Perché non sapevano.
Non capivano.
Non sentivano.
Una manica di stupidi e incompleti.
Storti. Da raddrizzare, appunto!
Intanto c’era Astrid. Ma io non lo sapevo.
Non ho mai smesso di leggere e di scrivere.
Abituata alla clandestinità, a scuola leggevo quello che si doveva, a casa quello che mi pareva. Romanzi, fumetti, articoli. Tutto. Se era proibito, meglio. Se era segnalato come troppo difficile per una ragazzina…Ancora meglio!
Scrivevo, anche.
Con risultati terrificanti!
Avevo imparato a fare una cosa criminosa: addomesticavo le parole, istupidivo le storie, tenevo a bada le emozioni, non le raccontavo e scrivevo, invece, pistolotti finali pieni di buoni sentimenti e altrettanto buoni propositi. Pensieri luminosi.
Mai un chiaroscuro?
Un buio fondo?
Un nero malefico?
E come no! Ma quelle cose lì mica si potevano scrivere.
Né si poteva scrivere di cose divertenti. Nessuna cittadinanza per le risate.
Così scrivevo e non mi piaceva. Roba insulsa, sciapa. Senza un’identità.
Io ero forte e scrivevo di bambinette debolucce, piagnone, poco risolute.
Scrivevo quello che era permesso…
Per un bel po’, non ho scritto un bel niente.
Solo poesie d’amore, perché a diciott’anni si sa che succede.
E’ come una malattia: ti viene di scrivere una poesia, possibilmente smielata.
Lo fai. Nemmeno te ne penti. Tanto non lo sa nessuno.
Ti tieni il peccato e zitta.
Intanto c’era Astrid. E Pippi. E Rasmus. E Miopiccolomio. E…
Ho cominciato a scrivere storie di bambini dopo aver attraversato il grande fiume delle scritture oggettive – articoli, saggi e saggetti, relazioni, osservazioni – e dopo aver letto tanti bambini.
Perché i bambini si lasciano leggere e le parole che ti arrivano, i pensieri, i comportamenti , le trasgressioni sono forti, nette, senza filtri.
Intanto c’era Astrid.
E io lo sapevo.
E’ stata, Astrid Lindgren, quella che ha strappato via il perbenismo delle storie, ha soffiato sulla polvere dei buoni propositi, ha restituito ai bambini il diritto all’anarchia e alla vita. Gli ha dato voce.
E ha fatto rumore con la sua Pippi.
Ha riso forte.
E fortemente ha fatto sapere che i bambini esistono.
Hanno voce, pensieri.
E diritto alla libertà.
Ecco, oggi che scrivo, di ragazzi e per i ragazzi, io scrivo di questo.
Di libertà. Di esserci. Di avere emozioni. Pensieri poco perbene.
Di avere sentimenti cupi e sorrisi luminosi.
Di seguire sogni e vedere la realtà con occhi propri.
Per farla la realtà.
E questo succede perché c’è stata Astrid.
E c’è ancora.
Luisa Mattia
Casalecchio di Reno, 14 novembre 2007
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