Prima è venuto "nella misura in cui". Poi, per logoramento e indiscutibile vuoto di significato, abbiamo smesso di tormentarci le orecchie e il pensiero con le "misure in cui" per affidarci a un generico e gnagnolato "cioè", una parola per tutte le occasioni.
Da un po', si intercala e si sottolinea un pensiero vuoto, usando il "piuttosto che" al posto di "invece"...
Da ultimo mi sento assediata e indifesa di fronte a un intercalare che passa trasversalmente nel linguaggio di tutti. E alla Tv. E pure alla radio.
Ascolto il commento del giornalista politico, l'opinione di uno scrittore, la domanda di un intervistatore, il ciarlare di un "tronista" e tutti - democraticamente? - frammentano il loro dire con un "come dire..." che mi straccia le orecchie.
Basta, per favore.
Penso a Moretti che, nel suo film
PALOMBELLA ROSSA schiaffeggia la giornalista che gli pone domande stracolme di frasi fatte e di pensieri rimasticati. La picchia, furibondo, e le dice una frase che, oggi più di ieri, ci riguarda:"Come parla? Le parole sono importanti...Chi parla male pensa male!".
Ecco.