Si sprecano i necrologi, le belle parole, qualcuna sentita, qualcuna finta, per la morte di Luigi Comencini. Ma si sa come va il mondo. Dove va lo sappiamo di meno.
nel mondo ci metteva il naso. E la testa. E la macchina da presa.
Era un mondo che lo interessava, e si vedeva. Lo interessavano i bambini. Li metteva al centro delle sue storie. Li faceva parlare.
Questo mi è sempre piaciuto del suo modo di raccontare. Comencini non si sedeva pesantemente sui suoi personaggi, non gli metteva addosso il peso della sua "poetica". Della poetica, alla fine, se ne infischiava. Perchè non c'è da enunciarla prima la propria visione del mondo se, come accadeva a lui, l'andava cercando insieme ai suoi personaggi e raccontava come il mondo fosse fatto di sentimenti, dubbi, ironia, incertezze, scelte coraggiose e viltà. Tutto insieme. Perché siamo fatti di contraddizioni. I suoi bambini, i bambini del suo cinema, erano e sono quelli che strappano il sipario delle ipocrisie. Guardano.
Guardano e raccontano. Valutano. Non giudicano. Però, ti mettono sotto il naso la realtà delle debolezze degli adulti, della loro plateale mancanza di assunzione di responsabilità. Come accade in un vecchissimo film di Comencini,
La finestra sul Luna Park, che dopo cinquant'anni risulta ancora di una inquietante attualità. Come accade nella sua versione del Pinocchio di Collodi.
Le avventure di Pinocchio narrate da lui sono un'occasione per imparare.
Trovo che la foto di scena che metto qui di seguito sia sufficiente a spiegare cosa intendo: c'è un adulto, Geppetto, e la marionetta Pinocchio, cioè il modello di figlio che ha nella testa e nel cuore. In mezzo, lontano e incompreso, c'è il figlio per come è. Geppetto ci metterà un libro intero per accettarlo e amarlo. In molti, per una vita intera, continuano a guardare la marionetta che si sono modellati e a rifiutare di amare il figlio, quello vero.