Conoscete Pippi? Sì, la Pippi della Lindgren. A Casalecchio di Reno hanno inaugurato una bella mostra, nell'ambito delle iniziative de La bussola segna il Nord, dedicata a Astrid Lindgren. Per il catalogo mi hanno chiesto qualche riga. Io l'ho scritta. Eccola.
Da piccola mi sbucciavo le ginocchia. Spesso. E mia nonna diceva: “Corre…corre…corre troppo…le femmine devono stare composte”.
Io composta non ci stavo. Se potevo. Spesso non potevo.
A scuola, per esempio, prima ancora che saper leggere, scrivere e contare, bisognava obbedire. E stare ferme. Fermissime. Pure il banco a cui sedevo era fermo, un solo blocco di legno, con lo schienale rigido e il piano obliquo. I bambini, quando ero piccola io, dovevano stare fermi.
Stare e basta, meglio ancora.
Non ero brava “ a stare”.
A scrivere sì. A leggere, pure. Ma quanto a stare…era tutta un’altra faccenda.
Perché anche se leggevo, o scrivevo, le emozioni e i pensieri sembravano prendere corpo, pretendere spazio, voler azzardare altre forme di composizione del corpo, altri luoghi.
Leggevo, scrivevo, giocavo. “Da maschio”, sentenziava la solita nonna, scuotendo la testa, con quei suoi capelli riuniti sempre in una impeccabile crocchia, l’abito scuro a coprirla fin quasi ai piedi e l’eterna poltroncina che ne accoglieva le forme tonde.
Lei stava.
Ma io…perché?
Difatti…Ero una bambina con i segni della sua bambitudine addosso. Qualche graffio, lividi a pioggia, gonnarelle stropicciate, calzini eternamente arrotolati. E costantemente segnati da una patina di polvere, accompagnata da strisciate d’erba, tanto per dirne una. Perché io giocavo in cortile, con i “regazzini” del palazzo. Il cortile era un paradisiaco recinto di terra da calpestare, erba fresca su cui rotolare, fiori disordinati da cogliere e portare alla mamma, steccati di legno da superare, cespugli dietro i quali nascondersi.
E i calzini erano bianchi!
Non duravano. Non potevano durare. O me o loro!
Meglio loro, pensavo io, che continuavo a giocare come mi pareva.
Meglio te, diceva la truppa delle nonne, delle zie, delle amiche di famiglia, graniticamente contro le bambine-che-non-volevano-fare-le-bambine, schierate a favore dei calzini immacolati.
Io pensavo che non volevo “fare” la bambina, semplicemente perché ero già una bambina, completa di ginocchia sbucciate e calzini sporchi.
Dura lotta. Facile pensare di soccombere. Per fortuna che è arrivata Astrid Lindgren.
Ha buttato via i calzini bianchi e ha messo alle bambine le Calzelunghe di Pippi.
Con quelle Calzelunghe lì, anche adesso, faccio le capriole.

Da piccola mi sbucciavo le ginocchia. Spesso. E mia nonna diceva: “Corre…corre…corre troppo…le femmine devono stare composte”.
Io composta non ci stavo. Se potevo. Spesso non potevo.
A scuola, per esempio, prima ancora che saper leggere, scrivere e contare, bisognava obbedire. E stare ferme. Fermissime. Pure il banco a cui sedevo era fermo, un solo blocco di legno, con lo schienale rigido e il piano obliquo. I bambini, quando ero piccola io, dovevano stare fermi.
Stare e basta, meglio ancora.
Non ero brava “ a stare”.
A scrivere sì. A leggere, pure. Ma quanto a stare…era tutta un’altra faccenda.
Perché anche se leggevo, o scrivevo, le emozioni e i pensieri sembravano prendere corpo, pretendere spazio, voler azzardare altre forme di composizione del corpo, altri luoghi.
Leggevo, scrivevo, giocavo. “Da maschio”, sentenziava la solita nonna, scuotendo la testa, con quei suoi capelli riuniti sempre in una impeccabile crocchia, l’abito scuro a coprirla fin quasi ai piedi e l’eterna poltroncina che ne accoglieva le forme tonde.
Lei stava.
Ma io…perché?
Difatti…Ero una bambina con i segni della sua bambitudine addosso. Qualche graffio, lividi a pioggia, gonnarelle stropicciate, calzini eternamente arrotolati. E costantemente segnati da una patina di polvere, accompagnata da strisciate d’erba, tanto per dirne una. Perché io giocavo in cortile, con i “regazzini” del palazzo. Il cortile era un paradisiaco recinto di terra da calpestare, erba fresca su cui rotolare, fiori disordinati da cogliere e portare alla mamma, steccati di legno da superare, cespugli dietro i quali nascondersi.
E i calzini erano bianchi!
Non duravano. Non potevano durare. O me o loro!
Meglio loro, pensavo io, che continuavo a giocare come mi pareva.
Meglio te, diceva la truppa delle nonne, delle zie, delle amiche di famiglia, graniticamente contro le bambine-che-non-volevano-fare-le-bambine, schierate a favore dei calzini immacolati.
Io pensavo che non volevo “fare” la bambina, semplicemente perché ero già una bambina, completa di ginocchia sbucciate e calzini sporchi.
Dura lotta. Facile pensare di soccombere. Per fortuna che è arrivata Astrid Lindgren.
Ha buttato via i calzini bianchi e ha messo alle bambine le Calzelunghe di Pippi.
Con quelle Calzelunghe lì, anche adesso, faccio le capriole.
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