Suona buffo, questo diminutivo americano. Riempie le guance: Bobby. Evoca cani richiamati all'ordine dai padroni e ordinati poliziotti inglesi (i bobbies). Stavolta, però, è il nome di una speranza, di un'idea, di un mito che non smette.
Bobby è Robert F. Kennedy.
è un film.
Me li sognavo i Kennedy, da ragazzina. Belli. A cominciare da
JFK. Sorridenti. Allegri. Forti. Immortali. Sembrava così.
Apparivano, i Kennedy, come una certezza di futuro.
Sarebbe stato bello ogni giorno. Ogni anno sarebbe stato migliore del precedente. E il secolo che ci toccava sarebbe stato luminoso, senza guerre, colmo di progetti da realizzare.
Chiamavano, i Kennedy, i ragazzini come me. Quel che arrivava alle nostre orecchie, agli occhi e al cuore suggeriva che noi, di lì a poco, saremmo stati padroni di un mondo bello, da fare ancora più bello.
Non è andata proprio così.
Oggi, al cinema, ho visto il film di Estevez, intitolato
Bobby. E mi sono emozionata. Non solo per il film, che pure è ben fatto, corale, ritmato, severo. Mi sono emozionata per le immagini di quel 1968 in cui
Robert Kennedy morì assassinato, per le parole che quest'uomo nato ricco, privilegiato eppure capace di parlare di futuro e di politica con accento sincero, con essenzialità, diceva con dirompente energia.
Lo amavano gli americani. Tutti, pensavo io.
Qualcuno no, come s'è visto.
Lo amavo io, adolescente italiana, che leggevo i giornali e poco capivo del linguaggio della politica.
Molto capivo, però, della mia voglia di esserci, di contare, di costruire presente e futuro.
E' la stessa voglia, pensavo uscendo dal cinema, degli adolescenti di oggi. Pure loro vorrebbero sentirsi dire che esiste un futuro di cui essere protagonisti.
Anche oggi ci sarebbe bisogno di avere adulti "kennediani", capaci di assumersi responsabilità e di trasmettere passione.