Alla mania di sistemazione e controllo che sembra dominare i nostri tempi affannati, non sfugge il gioco. Il gioco dei bambini ma anche quello dei grandi, s'intende. La censura pregiudiziale è così forte che è d'uso , per definire un adulto un po' immaturo (secondo la valutazione del senso comune) dirne:"Ma non hai visto che tipo è? Gioca ancora come un bambino!".
Sarebbe bello, dico. Anche perchè è raro davvero che un adulto giochi come un bambino, tanto più che anche ai bambini, spesso, viene impedito di giocare sul serio. Che intendo dire? Che se un bambino gioca davvero è nel pieno della libertà e della creatività.
E' anarchico e disobbediente, tanto per capirci. E', dunque, rischiosamente indipendente.
Eppure è lì, nel pieno della sua autonomia, che cresce la personalità e il pensiero. E' lì che impara, nel disordinato (ma non caotico) pensare, nell'improvvisazione, nell'immaginazione.
L'estate scorsa mi è capitato di godere di uno dei tanti spettacoli di bambini che giocano (sì, proprio una di quelle occasioni in cui un adulto, in genere, guarda con severità e poi, non trattenendosi più, richiama all'ordine...). L'ho raccontato, poi, in un articolo pubblicato su "La vita scolastica" (Giunti Editore). Ecco cosa ho visto
Piccola storia nobile
C’è il mare. E tre bambini: un maschio e due femmine.
E’ un mare addomesticato, calmo e piatto, in cui l’ombra che rinfresca non è data dalla pineta ma dalle linee geometriche degli ombrelloni.
E’ un mare in cui si sta il tempo dello splendore del sole e non si dorme sulla spiaggia come gli zingari o come i cavalieri erranti. Ci sono lettini, sì, ma vanno bene per un riposo breve. O per il gioco.
I bambini, quei tre bambini, attrezzati come si deve quando si sta al mare (costume da bagno, materassino, palette etcetera) decidono di giocare. E che fanno? Mollano le palette, i materassini, arraffano i parei delle mamme e li indossano come mantelli di cavalieri, si impossessano di un lettino e ci salgono sopra come fosse una zattera. Il bimbo impugna un’arma immaginaria e si butta giù dal lettino come si lanciasse sulla spiaggia dalla prua di un’imbarcazione.
Le bimbe lo seguono.
Corrono, mantelli al vento. Circondano la torretta del Salvataggio e ne tentano la scalata ma, si sa, al primo assalto nessun nemico cede.
Il piccolo capitano, allora, dà il comando che la strategia richiede: “Ritiriamoci”.
Eccoli, sono tornati alla loro nave – lettino e confabulano.
C’è bisogno di una pausa, di una tregua. C’è bisogno, dice una delle bambine, di una bandiera. Senza bandiera come si fa l’arrembaggio e la conquista? Già, il simbolo è necessario.
Nessun problema. Corrono al piccolo bar che c’è alle spalle dello stabilimento e chiedono salviettine di carta. Prendono in prestito una penna. Disegnano i loro simboli sulle salviette e , con pazienza, infiocchettano il lettino di vessilli che garriscono alla brezza marina. Ora sì che l’assediato li riconoscerà!
Ricominciano: all’arrembaggio!
E scendono correndo sulla sabbia. Stavolta tentano la scalata della torretta. Arrivano solo a metà…
Il richiamo delle madri dice che è ora di andare.
Vabbè. Domani si ricomincia.
Ecco, anche gli adulti dovrebbero ricominciare. Non dico a giocare ai pirati ma, certo, a rinnovarsi le giornate e i minuti con l'immaginazione; a non perdere il gusto dell'innovazione, della risata, della fantasia. C'è da imparare dai bambini.