I ragazzi dell'IPM di Nisida hanno messo in scena "Fino a quel giorno" ,uno spettacolo tratto dal mio romanzo "La scelta".

Entrare nel carcere minorile di Nisida è entrare in un mondo nuovo, inatteso e inesorabilmente severo. Non triste nè malinconico. Severo. Mentre il mare lo lambisce e il sole lo inonda di riflessi e brividi di luci, l'isolotto di Nisida accoglie, chiude e protegge i ragazzi. Li protegge con le severità del vero. Nessuno , tra gli educatori, è disposto ad edulcorare il dato di realtà e cioè che gli adolescenti e i giovani che arrivano in galera sono colpevoli di reati gravi, a cui non si fanno ipocriti sconti. Quel che è accaduto è accaduto e non si può far finta che non sia stato. Ma la stessa severità educativa è rivolta a quel che non è stato e non è stato fatto prima che ragazzi e ragazzi si giocassero la sorte e si trasformassero da bambini in colpevoli. Su quel che non è stato per oggettiva incapacità a costruire un ambiente educativo vero fuori del carcere, nei quartieri da cui i ragazzi vengono, nelle città da cui sono fuggiti pensando che spaccio e pistole fossero la chiave per salvarsi la vita. Su questa chiarezza, su questa indiscussa e forte trasparenza gli educatori cominciano a lavorare.
Già, ma come si lavora nel carcere minorile di Nisida? Quello che ho visto e ascoltato mi dice che si lavora sul desiderio, sulla tenerezza e sul sorriso. Non so se Gianluca Guida, direttore dell'IPM di Nisida, troverà inadeguato questo "catalogo" ma a me è sembrata davvero questa la chiave che fa di Nisida un luogo di libertà. Paradossale ma vero.
Di Nisida sapevo poco, anzi niente. Ho cominciato a saperne qualcosa - appena un sentore - alla fine di gennaio di quest'anno, quando ho passato un pomeriggio insieme a un gruppo di ragazzi dell'Istituto Penale Minorile. Tra me e loro, a unire per un po' (solo per un po', pensavo), il filo lieve di una storia, La scelta, che loro avevano letto con la loro insegnante, Maria Franco , e di cui avremmo parlato. Immersa in un parlare acceso, vivo, carnale, in cui ogni parola napoletana aveva senso e spessore (già, l'italiano, in certe situazioni, deve lasciarsi sopraffare e contaminare dalla lingua dialettale che è quella della comunicazione, del confronto e dell'incontro), ho avuto dai giovani di Nisida, ragazze e ragazzi, un dono che non mi aspettavo e che è davvero raro per chi scrive: ho visto come le mie parole, la mia storia hanno preso corpo e voce, hanno creato un incontro.
Le parole sono uscite prepotenti dal libro, si sono annidate nei pensieri e hanno vissuto della voce dei ragazzi che si sono appassionati, hanno criticato i comportamenti dei personaggi, altri ne hanno spiegati, azzardando nuovi sviluppi narrativi in modo che la vita vera ci stesse tutta dentro al libro. E sul serio.
Ieri sera, a Nisida, il romanzo è diventato uno spettacolo teatrale intitolato "Fino a quel giorno", adattato da Andrea Fiorillo e Maria Franco, con le musiche di Maria Gabriella Marino, la scenografia di Matteo Casamassima e la regia di Alberto Ferraro e Andrea Fiorillo. Sul palco loro, i ragazzi, con le loro facce, i loro sorrisi e la loro fragilità, insieme alla spavalderia, alla dirompente gioia di vivere, alla struggente volontà di costruirsi un'altra vita. Ragazzi sul palco e io seduta ad ascoltarli, a guardare.
Ho ascoltato le parole del mio libro diventare forti, ora secche come legno, ora salate come mare, ora delicate come i baci. E ho visto come i ragazzi sono entrati nella storia e se la sono presa per farne parte e per farla diventare parte di sè. Ci sono state passioni, e indecisioni, e timidezze, e forza, e tenerezza sul palco: tutto è passato attraverso il corpo e il cuore dei ragazzi. E il libro s'è dilatato, è diventato altro, è diventato "di più". Questo è un privilegio, davvero. E' per questo che si scrive, perchè un libro sia un incontro tra chi narra e chi ascolta e legge. Se succede, l'incontro ti cambia la vita. A me è successo. Dopo Nisida, ho uno sguardo in più.
Voglio scrivere qui i nomi dei ragazzi che interpretano "Fino a quel giorno": Mirela, Giovanni, Salvatore, Sabrina, Antonio T., Antonio M., Domenico, Daniela, Miric, Zaccaria, Raschid.
Già, ma come si lavora nel carcere minorile di Nisida? Quello che ho visto e ascoltato mi dice che si lavora sul desiderio, sulla tenerezza e sul sorriso. Non so se Gianluca Guida, direttore dell'IPM di Nisida, troverà inadeguato questo "catalogo" ma a me è sembrata davvero questa la chiave che fa di Nisida un luogo di libertà. Paradossale ma vero.

Di Nisida sapevo poco, anzi niente. Ho cominciato a saperne qualcosa - appena un sentore - alla fine di gennaio di quest'anno, quando ho passato un pomeriggio insieme a un gruppo di ragazzi dell'Istituto Penale Minorile. Tra me e loro, a unire per un po' (solo per un po', pensavo), il filo lieve di una storia, La scelta, che loro avevano letto con la loro insegnante, Maria Franco , e di cui avremmo parlato. Immersa in un parlare acceso, vivo, carnale, in cui ogni parola napoletana aveva senso e spessore (già, l'italiano, in certe situazioni, deve lasciarsi sopraffare e contaminare dalla lingua dialettale che è quella della comunicazione, del confronto e dell'incontro), ho avuto dai giovani di Nisida, ragazze e ragazzi, un dono che non mi aspettavo e che è davvero raro per chi scrive: ho visto come le mie parole, la mia storia hanno preso corpo e voce, hanno creato un incontro.
Le parole sono uscite prepotenti dal libro, si sono annidate nei pensieri e hanno vissuto della voce dei ragazzi che si sono appassionati, hanno criticato i comportamenti dei personaggi, altri ne hanno spiegati, azzardando nuovi sviluppi narrativi in modo che la vita vera ci stesse tutta dentro al libro. E sul serio.
Ieri sera, a Nisida, il romanzo è diventato uno spettacolo teatrale intitolato "Fino a quel giorno", adattato da Andrea Fiorillo e Maria Franco, con le musiche di Maria Gabriella Marino, la scenografia di Matteo Casamassima e la regia di Alberto Ferraro e Andrea Fiorillo. Sul palco loro, i ragazzi, con le loro facce, i loro sorrisi e la loro fragilità, insieme alla spavalderia, alla dirompente gioia di vivere, alla struggente volontà di costruirsi un'altra vita. Ragazzi sul palco e io seduta ad ascoltarli, a guardare.
Ho ascoltato le parole del mio libro diventare forti, ora secche come legno, ora salate come mare, ora delicate come i baci. E ho visto come i ragazzi sono entrati nella storia e se la sono presa per farne parte e per farla diventare parte di sè. Ci sono state passioni, e indecisioni, e timidezze, e forza, e tenerezza sul palco: tutto è passato attraverso il corpo e il cuore dei ragazzi. E il libro s'è dilatato, è diventato altro, è diventato "di più". Questo è un privilegio, davvero. E' per questo che si scrive, perchè un libro sia un incontro tra chi narra e chi ascolta e legge. Se succede, l'incontro ti cambia la vita. A me è successo. Dopo Nisida, ho uno sguardo in più.
Voglio scrivere qui i nomi dei ragazzi che interpretano "Fino a quel giorno": Mirela, Giovanni, Salvatore, Sabrina, Antonio T., Antonio M., Domenico, Daniela, Miric, Zaccaria, Raschid.
Sono presenti (0) commenti leggi - commenta -
chiudi


