Rubo il titolo di questo post a una vivace bibliotecaria catanese che, domenica scorsa, raccontava come la Sicilia sia percepita
e come ciò si riveli nella apparente banalità delle parole. Diceva che, frequentemente, quando si trova a convegni e incontri "in continente", svelata la sua origine e il punto di partenza del suo viaggio, il commento istintivo di colleghi e relatori è proprio:
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Se ne deduce che la lontananza della Sicilia non è geografica ma psicologica. E che la facciamo noi che viviamo su questa penisola, attribuendo al mare che circonda la Sicilia una funzione di isolamento che è soltanto una nostra proiezione.
Invece, se la Sicilia e i siciliani ci stessero un po' più
vicini sarebbe una bella opportunità. Per noi che siciliani non siamo.
C'è, nell'isola, una cultura vivace, una forza ostinata nell'agire e nel progettare.
Ci sono storie. Innumerevoli storie. Belle e che accompagnano ogni passo, che sostengono ogni progetto.
A me hanno raccontato la storia dell'elefantino che campeggia in Piazza Duomo a Catania.
U liotru, una scultura in pietra lavica piazzata lì dall'architetto Vaccarini, nella fase di ricostruzione della città, dopo il terremoto del 1693.
C'entra la magia, uno scontro epico tra il malvagio mago Eliodoro e San Leone.
C'entra il racconto popolare e il rapporto con la montagna di Catania, l'Etna.
In questi giorni, il vulcano rumoreggiava appena, lanciando un pennacchio di fumo ma evitando la pioggia di polvere e cenere che, invece, l'anno scorso ha mandato in giro i catanesi con l'ombrello aperto.
Gli vogliono bene a questa montagna che svetta e sembra non perdere d'occhio né uomini né animali né cose nella piana.
Un gattone addormentato, pare lo avesse definito Sciascia.
E se si sveglia fa paura a chi non gli vive accanto tutto l'anno.