"Ma dove corrono tutti? Dove vanno?", si chiedeva mio nonno, ormai una vita fa.
La domanda non aspettava risposta. Lui rifletteva sulla cosa per il tempo di un battito di ciglia e poi se ne infischiava. Quindi andava, usciva di casa. Con olimpica calma, ovviamente. Era una sua caratteristica non correre mai in avanti, neppure nelle scelte di vita. Ma questa sarebbe un'altra storia.
Torno alla lentezza, invece.
Torno al piacere della lentezza. Della pausa, addirittura. Non c'entra mio nonno, ma Roma sì.
La mia città è continuamente in agguato. Tu vai. Di fretta, come spesso accade. Ma la città sta lì, placida e ti guarda.
E parla. A ogni passo ripete "Ma dove corri? Perchè? Chi l'ha detto che non ti puoi fermare?".
Quando si va veloci l'andare prende le sue pieghe: testa bassa, busto proteso in avanti, piedi un tantino a paperotto.
E si va.
Dove?, chiederebbe mio nonno. Provocatore!
Giorni fa, andavo. Veloce. Correvo il rischio di arrivare in ritardo a un appuntamento.
Camminavo svelta per i viali di Villa Borghese.
Uso spesso il parco come una scorciatoia. Vado da Valle Giulia a Via Veneto in dieci minuti a piedi.
Dunque, andavo. Veloce. In mezzo a un bosco di tentazioni: odore di resina, cinguettare di uccelli.
E colori.
M'hanno colpito i colori, come un richiamo a cui non si può non rispondere.
Mi sono fermata. Ho guardato intorno. M'ha preso una contentezza...
Ho fotografato tutto quel giallo. Ho proseguito (un po' più lentamente), sorridendo. E non sono arrivata in ritardo!