, che mi ha emozionata. Racconta, con gli occhi di una quattordicenne, il dopoguerra italiano, la fame, la resistenza, il referendum tra monarchia e repubblica.
E' un libro bello della bellezza della letteratura che sa parlare senza retorica, con ironia e senso della misura.E dice quel che bisogna dire, annullando con una frase, un racconto, ogni sciocca velleità di revisione storica su fascismo, guerra e dopoguerra. E' un libro importante, per quel che racconta e per come lo racconta.
Nella parte finale, Lia Levi racconta il giorno del referendum tra monarchia e repubblica. Gli italiani tornano a votare e per la prima volta votano le donne...
E venne il giorno della votazione. Arrivò così di colpo
che quasi non ce lo aspettavamo. Sotto sotto avevamo finito
col credere che “il giorno del referendum” non sarebbe
arrivato mai. Succede così quando si parla troppo di qualcosa.
Mamma quella mattina disse con tono tranquillo: «Oggi
andiamo a votare» e cominciò a misurarsi un vestito dopo
l’altro. Non gliene piaceva nessuno e quelli scartati li buttava
sulla poltrona invece di rimetterli sulla stampella come
invece pretendeva sempre che facessimo noi.
«Non andiamo mica a una festa» la rimproverò papà, ma
la mamma fece la faccia superba. Si guardava allo specchio
e non era contenta di come si vedeva, ma si capiva benissimo
che in verità era un po’ nervosa.
Poi mamma guardò papà indicandogli fuori dalla finestra
dove il sole ce la metteva tutta: «Ti sei vestito troppo
pesante» gli disse. Ma era una frase sciocca perché papà un
vestito da estate non ce lo aveva proprio.
Io enunciai ad alta voce la mia intenzione di andare con
loro “per veder votare”, ma mamma e papà erano incerti
perché dire di sì a me significava dare via libera anche alle
mie sorelle e certo andare a votare con tutto il codazzo dietro
sarebbe sembrato davvero un po’ ridicolo. Io però ero
sicura di spuntarla. Papà continuava a essere orgoglioso del
mio “impegno politico” e così mi disse puntualmente di sì.
E così andammo a votare con tutta la famiglia a drappello,
come fanno i cristiani quando vanno alla messa. Papà
per la strada ci spiegò che noi figlie dovevamo restare fuori,
come se non lo sapessimo già, e poi cominciò a raccomandarci
– e guardava dalla mia parte – «Attente, non dite
nemmeno una parola su repubblica e monarchia, niente discorsi
politici, vicino ai seggi è PROIBITO!».
Papà era così infervorato con questa votazione! Gli mancava
solo una bandierina a tre colori in mano come quelle
che davano a noi alle feste dell’asilo.
Per strada guardavamo con meraviglia procedere nella
stessa direzione tutte facce conosciute. Mi sembrava il “gioco
del villaggio”, perché tutto ruotava come in una girandola.
C’erano il fornaio, il farmacista, la donna del mercato
che grida sempre, ma tutti così fuori dal loro luogo abituale
che mi sembravano nuovi, diversi, come se all’improvviso
sporgesse una lunga mano a riproporceli. E anche loro
avevano vestiti buoni come quello che aveva cercato mia
madre, e camminavano sottobraccio anche quelle mogli e
mariti che di solito erano assai sgarbati fra loro.