Comincio dalla fine. Dagli applausi. Erano forti e convinti, domenica pomeriggio, in un cinema di Roma, appena finito il film
di Giulio Manfredonia.
E' un film che richiama subito il "Nido del cuculo" di Forman. Perché gli somiglia.
Lì c'erano i matti. Anche qui ci sono i matti. Lì c'era uno (Nicholson) che si ribellava. Qui c'è uno...
Basta, non ci sono altre somiglianze, per come la vedo io.
Perchè il protagonista del film è uno che manco perde tempo a ribellarsi, a fare chissà che per smuovere il mostro dell'istituzione manicomiale.
Qui c'è uno che semplicemente prova a fare delle cose, perché gli viene così;
perché in un mondo seduto lui si alza in piedi e tenta la strada del fare. Senza tanti discorsi.
E agisce. E sbaglia. E s'appassiona. E si disamora. E si rimprovera. E si esalta.
Ci mette passione in quello che fa, mentre il mondo intorno gira su altre priorità.
Ci mette quel po' di follia utopica che, se ti prende, ti avvicina ai matti seri, a quelli che non guariscono però, dandosi da fare, possono essere un po' felici.
Ci mette le risate, l'umorismo, la tenerezza, l'attenzione e tutto il contrario.
Ci mette umanità.
E qualcosa ottiene.
Qualcosa cambia. Molte cose promettono di cambiare.
Un bel film. Di testa e di passione.
Un bel film italiano.
Bisio è bravo. E punto. Non si discute.
Sono uscita dal cinema volendo bene a lui e un po' più bene al futuro.
Si può fare.