Negli anni in cui Rodari cominciò a scrivere per i bambini, io ancora non sapevo leggere e i libri suoi a casa mia non c’erano. Non sapevo che esistesse Cipollino, non seguivo Gelsomino nel paese dei bugiardi.
Le storie che raccontavano a me erano piene di orchi, streghe e bambine perdute nel bosco. Le storie che leggevo erano affollate di volpi che parlavano all’uva, di rane vanitose e di deboli agnelli che finivano in bocca al lupo.
Erano storie che ti facevano venire la pelle d’oca, rizzare i capelli in testa, palpitare il cuore e patire la notte come una minaccia, perché – si sa – fantasmi, mostri e vecchie megere amavano aggirarsi da un letto di bambino a un altro, pronti a farne un boccone solo.
Perché ai bambini si usava mettere paura. Soprattutto a scuola.
E se, certe volte, ti scappava da ridere, perché qualcuno faceva una faccia buffa, un disegno allegro, uno scarabocchio che pareva una barca e un altro che sembrava il mare…beh, arrivava la maestra che lanciava un sibilante e sonoro Stttttt, faceva gli occhiacci e ti faceva capire che bisognava stare seri.
Sempre o quasi. Più volte che si poteva.
Perché la vita è una cosa seria, perché non si può sempre buttarla sul ridere, perché chi ride di venerdì piange di domenica, perché il sorriso abbonda sulla bocca degli stolti…
Ecco, gli stolti io non lo sapevo cosa fossero.
Difatti, quando si trattava di ripetere il proverbio, io lo “aggiustavo” e sentenziavo convinta: “Il sorriso abbonda sulla bocca degli storti”.
E una era “storta” quando non stava bella dritta sulla sedia di legno del banco.
Dunque, se stavi storto potevi ridere abbondantemente, se stavi dritto parecchio di meno, anzi quasi niente… Non mi pareva, dunque, una cattiva idea accartocciarsi un po’ sotto il banco e farsi una risata in assoluta clandestinità…Ghignavi un po’, abusivamente e poi…Tac, bella dritta come un birillo, facevi la faccia seria e seguivi la lezione, copiavi dalla lavagna, tenevi il segno sul libro, ripetevi la I coniugazione dei verbi. Meno male che ogni tanto facevi finta che ti cascava la penna biro, così ti potevi piegare, rimettere storta, fare una smorfia là sotto che tanto nessuno ti vedeva e…Ahahahahah…abbondare in risate.
Per i lunghi anni di scuola e di frequentazione dei libri, dunque, feci molte risate di nascosto e quasi mai leggendo. Le storie che potevamo leggere, difatti, raccontavano di piccole fiammiferai morte di freddo, di bambini abbandonati e costretti a rubare, di orfani gettati in prigione, di piccoli contadini vittime di carestie e guerre….C’era poco da ridere.
Quando invece mi mettevo in testa una storia…me la inventavo che faceva ridere. Sì, proprio. Avevo occhi, naso, orecchie, bocca, mani, i cinque sensi svegli, pronti a cogliere le cose della vita, le persone, le cose e a farne fatti, eventi, voci. Un caleidoscopio, coloratissimo, inatteso, pieno di stupore.
Quelle storie lì, quelle che i bambini si raccontano con l’immaginazione, che disegnano, che mettono in scena con bambolette, burattini e pupazzetti, erano storie senza voce, senza parole scritte.
Storie senza cittadinanza, i racconti dei bambini.
I bambini usavano – e usano – un alfabeto sorridente, lieve, surreale, buffo, grottesco, comico, sorprendente. I grandi no. Per niente.
Perché - lo sapete no? - la vita è una cosa seria e dunque non c’è spazio per i sorrisi.
Per fortuna, Rodari ci aspettava. Quieto, sornione, con un gatto in braccio, i piedi per terra e la testa fra le nuvole, pronto alla rivoluzione. Una rivoluzione gentile, in cui l’ironia, la sorpresa, la visione surreale delle cose diventavano un sapore intenso, un senso acceso per raccontare. Ai bambini. Ai grandi. Per raccontare.
Raccontare, scrivere storie è quello che faccio.
Ho imparato da Rodari la bellezza intensa della sorpresa, della fantasia che continuamente smentisce se stessa, dell’immaginazione che esercita in pieno la sua visionarietà.
Ho avuto, da Rodari, una strada aperta, senza barriere, senza segnali di stop, senza pedaggi e festosamente piena di “lavori in corso”.
Nelle comiche, Ridolini o Charlot, si vedevano portar via la bombetta da una brezza imprevista e impertinente. E la rincorrevano senza riuscire a prenderla perché, giusto un attimo prima di arraffare il suo copricapo...buff...tornava un giro di vento e il cappello volava via.
I bambini cercano, nelle storie, “il vento nel cappello”.
Se c'è qualcuno che legge e insegue il cappello portato dal vento, c'è qualcun altro, il narratore, che sta lì che soffia e soffia, per far scappare il cappello al momento giusto, per dare alla storia il respiro che si merita e al lettore la febbre allegra di chi ha energia per correre. E inseguire le storie, fino a prendersi la soddisfazione di…mettersele in testa.
Ho avuto, da Rodari, il regalo di un soffio di vento. Per raccontare.